Garantismo

Dicembre 18, 2009

Il bislacco Tartaglia, lanciatore di cattedrali in miniatura, è ancora in gattabuia.

Considerato che secondo il nostro sistema, la carcerazione preventiva è ammessa solo nel caso di pericolo di fuga (dove?), inquinamento delle prove (migliaia) o reiterazione del reato (sarebbe cercarsela…), come mai è ancora in carcere e non gode dei benefici almeno degli arresti domiciliari?

E’ curioso che nessuno dei tanti, tantissimi supergarantisti del centrodestra non facciano su questo una battaglia di principio.


Welcome to Tangentland

Novembre 18, 2009

Per chi non lo sapesse, Transparency è una delle associazioni che a livello mondiale conosce meglio il fenomeno della corruzione, ne sa valutare l’impatto sulla vita delle persone e sul sistema economico ed è in grado di quantificarne il peso.

Annualmente Transparency pubblica sul proprio sito internet (www.transparency.org) una classifica relativa al livello di corruzione “percepita”, sulla base di una metodologia di rilevazione assai precisa e complessa, per chi fosse interessato, ben spiegata nel dettaglio in una delle sezioni del sito stesso.

Possiamo consultare liberamente i dati dal 2001 ad oggi. All’inizio del secolo (e del regno di Berlusconi), l’Italia occupava la posizione n. 29, nel 2007 era alla n. 41, nel 2008 alla n. 55 e oggi – trionfale – siamo rotolati al n. 63, peggio della Turchia o della Namibia.

Questo avviene mentre il Governo vuole inserire tra i reati “scudati” dall’imminente “processo breve” anche la corruzione che – evidentemente – non è un problema che crea “allarme sociale”. E lo credo bene, ci siamo dentro tutti!

Chi volesse, può sbirciare la mappa della corruzione nel Mondo. Più il colore del paese tende al blu e più quel paese è corrotto… Noi stiamo avvicinandoci a un bel “blu di Prussia”…


Massimo Calearo

Novembre 6, 2009

Massimo Calearo, parlamentare eletto nelle liste del PD ed ex falco di Finmeccanica pare intenzionato a lasciare il partito dove è stato eletto e questo viene interpretato dalla stampa come “elemento di confusione”.

In realtà la questione è malposta. Calearo ha dichiarato di non avere (e non avere mai avuto) nulla a che fare con la sinistra, di essere vicino alla Lega e di non avere mai sostenuto il governo Prodi.

Stante il “combinato disposto” di queste dichiarazioni – dunque – la domanda non deve essere “perchè Calearo lascia il PD”, ma “perchè ci era entrato”.


La noia di un Paese immobile

Novembre 3, 2009

Questo blog tace da circa due settimane.

E’ nato per ragionare di politica, di comunicazione, di quello che accade in Italia e nel Mondo, ma francamente è diverso tempo che non ho nessuna voglia di mettermi di buzzo buono per scrivere qualche riflessione non si pretende intelligente, ma per lo meno decente.

Ma di che dovrei parlare? di Berlusconi, dei suoi processi, delle sue gaffes e delle sue amanti prezzolate? del congresso del PD, finito dopo 6 mesi di dibattito interminabile esattamente nel modo in cui si sapeva sarebbe finito già 6 mesi fa?

O di qualche orrore nuovo, tutto italiano? del tipo la morte del giovane Cucchi, che tanto finirà insabbiata come sempre e come tutto? O qualche altra cosa pecoreccia tipo il Marrazzo Pentito che ora se ne sta nei conventi abbracciato alla moglie e piangente e fino a 10 giorni fa riempiva la propria agenda di viados e cocaina?

Insomma, a che pro tenere un blog di riflessioni sui cambiamenti di un Paese che non cambia mai?


Solo uno

Ottobre 7, 2009

La bocciatura senza appello del Lodo Alfano scatenerà ovviamente polemiche e trivialità a non finire.

Silvio Berlusconi inizierà a cercare i responsabili, i colpevoli e i complottardi nel secchio – sempre più vuoto – dei “signori della Sinistra”.

Si risparmi la fatica: il responsabile principale siede vicino a lui e risponde al nome di Niccolò Ghedini.

Senza la sua cazzata sulla “legge uguale per tutti ma per qualcuno più uguale che per altri” il verdetto avrebbe potuto essere diverso.


Yes, we have could

Ottobre 6, 2009

Inutile girarci attorno. In un Mondo che brucia in fretta i propri idoli, Barack Obama inizia ad odorare un po’ di fumo.

Drastico e probabilmente ingiusto come giudizio, ma quello che conta per definire la cifra del successo o dell’insuccesso di un’immagine politica è in buona parte il prodotto della partenza. E Obama – che era partito a razzo – ora sta arrancando pesantemente e il rischio dell’inconcludenza è dietro l’angolo.

Le difficoltà legate alla riforma sanitaria sono note: Obama vuole trovare una formula che garantisca a tutti i cittadini una forma di copertura sanitaria (e a lui un posto nella Storia, accanto a Roosevelt) e gli ostacoli saltan fuori da ogni parte.

barack-obama-frustratedObama è stato eletto per girare pagina rispetto alla disastrosa politica estera e militare di George W e anche qua le cose non vanno come dovrebbero: la chiusura dell’orrido lager di Guantanamo è rinviata, non si sa che fare dell’Iraq, non si sa come trattare l’Iran e l’Afghanistan è sempre più un labirinto apparentemente senza uscita. E mentre Obama e Hillary decidono che fare, i soldati americani (e non solo americani) continuano a morire: solo in Iraq sono 123 dall’inizio dell’anno (conto che esclude i feriti, le vittime delle altre forze armate e l’enorme numero di perdite tra i civili innocenti).

E ora arriva la gaffe con il Dalai Lama, non incontrato alla Casa Bianca per non infastidire i gerarchi cinesi, con il presidente della nazione che fu “faro di libertà” a comportarsi pavidamente come un Romano Prodi qualsiasi.

Insomma, questo primo anno non è stato un granchè. Ci sono ancora tre mesi per raddrizzarlo (e la battaglia sull’Ambiente appena iniziata), ma se tanto mi da tanto, le cose non andranno via così lisce.

E ci ritroveremo tutti delusi a dover dire “Yes, We Have Could“?


10 domande per te, posson bastare…

Settembre 7, 2009

10 domande

Queste sono le famose “10 domande” che “La Repubblica” rivolge tenacemente al presidente del Consiglio, il quale lungi dal rispondere ha deciso di rivolgere querela.

Faccio mie le “10 domande” e pazientemente attendo di venire querelato a mia volta.


Il tennis in un paese irresponsabile

Settembre 4, 2009

La crisi strutturale del tennis italiano rappresenta la fotografia di un paese immaturo, irresponsabile e incapace di valorizzare il merito e l’assunzione personale di responsabilità.

Caspita, che tirata! si potrebbe pensare. E invece è proprio così… La crisi del tennis e la crisi della società italiana vanno a braccetto, perchè le ragioni sono – a mio avviso – le medesime: pigrizia, assenza di senso etico, vittimismo, demeritocrazia.

Fino agli anni ‘70 infatti il tennis italiano era vitale e non mancavano mai giocatori di vertice che – senza essere fenomeni assoluti – tenevano alto il nome del nostro Paese in questo sport. Poi, con la fine degli anni ‘70, è iniziato il declino.

Nessun giocatore italiano è riuscito a entrare più tra i primi 15 del mondo, nessuno si è distinto per particolari risultati, nessuno ha dimostrato continuità nell’impegno. Perché è questo che si richiede al bravo tennista: costanza, continuità, serietà, stile di vita regolato, autonomia e senso di responsabilità individuale… come Chris Evert, che è arrivata almeno in semifinale in 52 dei 56 tornei del grand slam giocati. O come Jimmy Connors, per 16 anni ininterrottamente tra i primi 10 giocatori del mondo. O come Roger Federer, che da oltre 5 anni non perde in un torneo dello slam prima della semifinale.

Da noi invece prevale – come approccio e come italian way of life – l’improvvisazione, la ricerca di un improbabile “assolo” che giunga senza fatica e senza costi, l’incostanza, la frignata perché “la superficie è bagnata, la terra troppo lenta, il cemento troppo veloce, la bua al gomito, la bua al ginocchio, la bua al culo e quella alla testa (spesso indistinguibili)”.

E la ricerca di scorciatoie per scansare le fatiche. Come si è visto in questo mese di “preparazione” agli US Open. I nostri “eroi”, invece di galoppare nei torridi tornei sul cemento americano in vista del torneone di Flushing Meadows attualmente in svolgimento hanno fatto altro: Bolelli è andato in viaggio di nozze, Seppi ha giocato sulla terra di San Marino (!) in cerca di denaro facile e un pugno di punti ATP persi la settimana dopo, altri hanno calcato gli improbabili torneucci campagnoli di Cordenons (!!!) o di Trani, peraltro senza neppure riuscire a vincerli. Risultato: a 48 ore dall’inizio del torneo newyorkese nessun tennista italiano era ancora in gara, tutti spazzati via come castelli di carte in un giorno di vento. Tutti ad accampare scuse per “il sorteggio sfortunato, il polso che fa male, il caldo, l’umido, il fuso orario…”

E fosse solo il tennis! Il disastro epico nei Mondiali di Atletica Leggera di Berlino ha sottolineato ancora – se mai fosse stato necessario – il concetto: siamo incapaci di emergere negli sport individuali, ci difendiamo solo in quelli di squadra.

Questo perché non crediamo nelle risorse del “singolo”, nelle possibilità dell’individuo di cambiare il proprio destino, ma ci affidiamo sempre alla rete di protezione del gruppo, della corporazione o della casta, che annacqua in un contesto plurimo le responsabilità individuali.

Da questo disastro si salvano solo le donne. Come Flavia Pennetta, riuscita a entrare nella topten del tennis femminile (nessuna italiana ci era mai riuscita e nessun italiano era comparso nella alte vette dopo il 7° posto di Corrado Barazzutti, nel 1977). E infatti Flavia non vive in Italia ma in Spagna, gira il mondo senza paura di confrontarsi con le grandi e al primo turno degli US Open ha vinto per 60-60. Ci salvano le donne anche da altre parti, come nel nuoto visti i risultati splendidi – quelli si storici – di Federica Pellegrini, bella, brava, seria e simpatica.

E quindi, continuando nelle analogie, non posso che rivolgere a me stesso (e ai lettori) una domanda: saranno le donne a dover salvare la società italiana, così come salvano la nostra dignità sportiva? E noi maschietti italiani, mammoni, bamboccioni, pigroni e frignoni, siamo davvero irrecuperabili?


Il sottobosco

Luglio 3, 2009

La Corte Costituzionale è stata sempre un luogo venerabile, magari trombone, ma venerabile.

Se pensiamo alle personalità che l’hanno presieduta – ad esempio – o che ne hanno fatto parte, ritroviamo i nomi più luminosi dell scienza giuridica italiana…da Aldo Sandulli a Costantino Mortati, da Vezio Crisafulli a Livio Paladin, da Enzo Cheli a Valerio Onida, passando per Gustavo Zagrebelsky. Nomi che non di rado si accoppiano a nozioni ancora viventi o addirittura a Manuali di studio, sopravvissuti alla morte dei loro autori e tuttora vitali, apprezzati e tenuti in gran conto (il “Trimarchi”…il “Paladin”…).

Da quando – invece – abbiamo in mezzo alle scatole Silvio Berlusconi e i suoi processi innumerevoli e infiniti, la qualità di parte dei giudici (quella espressa dal Parlamento) è calata. Ci sono stati ex avvocati del premier (Mezzanotte e Vaccarella, quest’ultimo legato allo studio del pregiudicato Cesare Previti) e ora c’è tal Luigi Mazzella, del quale parlano diffusamente i giornali in queste ore.

Però non si pensi che nel centro destra manchino le teste giuridicamente valide. Forza Italia ha mandato in Parlamento negli anni scorsi personaggi come Ettore Rotelli e Giorgio Rebuffa, Alleanza Nazionale aveva eletto Paolo Armaroli ma in fondo anche un grande avvocato come Alfredo Biondi o un grande costituzionalista “di area” come Giuseppe de Vergottini avrebbero fatto la loro “porca figura” tra i 15 togati della Consulta.

Ma tutti questi hanno o avevano un problema: un prestigio e una vita autonoma dal Cavaliere e dal suo tormentato e pesante passato. Quindi non avrebbero dato sufficienti garanzie perchè prima d’essere militanti di centrodestra sarebbero stati uomini di diritto e delle istituzioni.

Meglio puntare su altro, guardando nei cassonetti. Luigi Mazzella è il tipico guappo espresso dal sottobosco politico napoletano-pentapartitico. Una vita intera passata a fare da portaborse di lusso a politici socialisti di secondo piano, per i quali ha ricoperto una raffica di incarichi che non richiedevano le forche caudine del pubblico concorso e ancor meno il passaggio elettorale (nomine a commissario di questo o quell’ente, spesso inutile…capo di gabinetto di questo o quel ministro, commissioni varie…). Una serie di pubblicazioni sconosciute, inutili, scientificamente nulle o scadenti, con un “Impact Factor” scientifico coperto di neve, perchè prossimo allo zero”.

Orbene, questo Mazzella, che senza la politica sarebbe forse finito a fare l’avvocato strappalacrime degli scippatori nel Rione Sanità ha pensato bene di organizzare una cena con Silvio Berlusconi, il ministro Alfano, il presidente della commissione Giustizia del Senato Vizzini e un altro giudice costituzionale incauto quanto lui per parlare non si sa di che cosa (”è un mio diritto, ceno con chi voglio!” ha strillato ieri), ma forse anche del giudizio che la Corte Costituzionale dovrà esprimere sul famigerato “Lodo Alfano” tra poche settimane.

E’ il tipico prodotto del sottobosco, classico personaggio del potere “pappa e ciccia” lontano dalla visione nobile, alta, austera delle istituzioni. Per lui l’idea che un giudice e un imputato (il “Lodo Alfano” è – a tutti gli effetti – un “imputato” davanti alla Corte) cenino assieme è normale. Certo, fatico a immaginare Giovanni Falcone intento a mangiare una pizza con Pippo Calò in una pausa del “maxiprocesso”, ma si sa, Falcone era un bacchettone, uno zelante. Ed essere troppo zelanti, come si è visto, nuoce alla salute.

Mortati e Paladin sono morti. Ora ci è rimasto Mazzella. Che mangia, ride e poi frigna sui giornali, ancora con la bocca piena di risate, vino e libagioni.

Burp!


La Casta

Aprile 17, 2009

Fino a un anno fa, mentre il governo Prodi agonizzava steso in una poltroncina del Senato, la stampa e la televisione non parlavano d’altro che della Casta, sia il libro – brillante ed opportuno – di Gian Antonio Stella, sia la patologia sociopolitica e  culturale che ci stava dietro.

Improvvisamente si scopriva che in Italia il potere politico è tracotante, barocco, corrotto, chiuso e insensibile. A metà tra Maria Antonietta che suggerisce il consumo di brioches (falso storico, ma funziona sempre) e il principe Prospero che cerca di sfuggire alla Morte Rossa semplicemente fregandosene…

Caduto il governo Prodi, ritornato sul trono Napoleone dopo pochi mesi d’esilio all’isola d’Elba, la Casta è scomparsa dai giornali e dalle tv. Nessuno parla più dei mali del potere, neppure Beppe Grillo (così loquace quando governava il centrosinistra). Eppure, qualcosa mi dice che non ci siamo improvvisamente trasformati in un pacato, corretto, responsabile e noioso paese scandinavo.

Ad esempio, questa faccenda del Referendum. Non l’ho sostenuto, non l’ho firmato e credo che non tocchi i due punti cruciali della questione elettorale (indicazione incostituzionale del premier e liste bloccate), limitandosi ad un insipido maquillage che non risolve i problemi sul tappeto. Inoltre, non sono mai stato un fanatico delle consultazioni referendarie (sono uno snob e un elitario, per quanto mi riguarda, il popolo meno vota e meglio è…). Ma sono un fanatico delle regole democratiche e queste dicono che il referendum è uno strumento a disposizione della comunità politica per sciogliere nodi e risolvere problemi che la “Casta” non considera, non capisce o ignora. Cioè, ficchiamocelo bene in testa, il referendum non è uno strumento di proprietà dei partiti, ma rappresenta un potere di controllo e intervento democratico della società.

Ora un partito politico non vuole il referendum perchè questo va contro i propri interessi. Per  non scontentare questo partito (un partito ricatto prepotente e chiassoso) si sta ipotizzando addirittura di non tenere la consultazione.

La Costituzione dice che il referendum è un diritto dei cittadini? (art. 75) la legge prevede che debba tenersi in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno e possa essere rinviato solo in caso di elezioni politiche?

Chi se ne frega. Chi se ne frega se 1.000.000 di persone ha firmato. Chi se ne frega se ci sono principi costituzionali e leggi applicative. Chi se ne frega dello Stato di diritto e del bilanciamento dei poteri. Da noi la democrazia è tollerata solo e fintanto che non ostacola i detentori del potere.

E il referendum da fastidio, quindi si butta nel cassonetto dell’umido. Perchè la Casta ha deciso così.