Yes, we have could

Ottobre 6, 2009

Inutile girarci attorno. In un Mondo che brucia in fretta i propri idoli, Barack Obama inizia ad odorare un po’ di fumo.

Drastico e probabilmente ingiusto come giudizio, ma quello che conta per definire la cifra del successo o dell’insuccesso di un’immagine politica è in buona parte il prodotto della partenza. E Obama – che era partito a razzo – ora sta arrancando pesantemente e il rischio dell’inconcludenza è dietro l’angolo.

Le difficoltà legate alla riforma sanitaria sono note: Obama vuole trovare una formula che garantisca a tutti i cittadini una forma di copertura sanitaria (e a lui un posto nella Storia, accanto a Roosevelt) e gli ostacoli saltan fuori da ogni parte.

barack-obama-frustratedObama è stato eletto per girare pagina rispetto alla disastrosa politica estera e militare di George W e anche qua le cose non vanno come dovrebbero: la chiusura dell’orrido lager di Guantanamo è rinviata, non si sa che fare dell’Iraq, non si sa come trattare l’Iran e l’Afghanistan è sempre più un labirinto apparentemente senza uscita. E mentre Obama e Hillary decidono che fare, i soldati americani (e non solo americani) continuano a morire: solo in Iraq sono 123 dall’inizio dell’anno (conto che esclude i feriti, le vittime delle altre forze armate e l’enorme numero di perdite tra i civili innocenti).

E ora arriva la gaffe con il Dalai Lama, non incontrato alla Casa Bianca per non infastidire i gerarchi cinesi, con il presidente della nazione che fu “faro di libertà” a comportarsi pavidamente come un Romano Prodi qualsiasi.

Insomma, questo primo anno non è stato un granchè. Ci sono ancora tre mesi per raddrizzarlo (e la battaglia sull’Ambiente appena iniziata), ma se tanto mi da tanto, le cose non andranno via così lisce.

E ci ritroveremo tutti delusi a dover dire “Yes, We Have Could“?


Colpi di scena

Agosto 30, 2009

Per la prima volta da quasi 60 anni a questa parte, i Democratici hanno vinto le elezioni politiche in Giappone.

E’ sempre una bella notizia quando in una democrazia il governo in carica viene battuto e c’è un alternanza. Vuol dire che il voto è libero, che le elezioni sono corrette e l’elettorato è attento e critico.

Beati loro.


Blue Moon

Luglio 21, 2009

lunaCosa rimane della passeggiata di Neil Armstrong tra i crateri della Luna? Quali delle speranze aperte da quei salti senza gravità sono state realizzate e quante sono ancora lì, che fluttuano nell’aria?

La “conquista della Luna” (notare il termine militaresco) non fu in realtà un’opera di pace e solidarietà tra i popoli, ma uno dei capitoli più subdoli dell’eterna contesa tra USA e URSS, che anche a colpi di successi extraplanetari cercavano di vincere una partita tutta politica e molto poco scientifica.

E non è una novità. Quante volte le guerre (calde o fredde) sono state da spunto per la crescita delle conoscenze umane… In fondo gli specchi di Archimede non servivano per generare calore, ma per dare fuoco alle navi romane… l’archiettura medievale si è evoluta in direzione moderna per trovare il modo di resistere ai colpi di cannone della nascente artiglieria… la barbabietola da zucchero servì ad addolcire i pasti europei negli anni del napoleonico Blocco Continentale, che rendeva nei fatti proibitiva l’importazione di zucchero di canna. E questo per non parlare della I Guerra Mondiale, iniziata con le cariche di cavalleria e finita con i bombardamenti aerei o della II Guerra Mondiale, terminata nell’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki, prodomo sanguinoso degli sviluppi “civili” nello sfruttamento dell’atomo.

E infatti, finita la Guerra Fredda, virtualmente finita la corsa al cosmo. Ed è un peccato che gli Stati e gli uomini diano il meglio solo quando questo serve a schiacciarsi l’uno con l’altro.

Dopo il 1969, la Luna è stata abbandonata e abbiamo smesso di andarci. E forse in fondo per lei è un bene così.


Thank You from Cameron

Marzo 2, 2009

Ho letto sul “Corriere della Sera” di oggi la lettera che David Cameron, leader dei Tories britannici, ha inviato ai propri sostenitori dopo la morte del figlioletto di 6 anni, affetto da una grave malattia congenita.

Come già accaduto per Tony Blair – alle prese diversi anni fa con l’infermità del padre – anche per Cameron l’esperienza personale è stata fondamentale per cogliere l’importanza e il valore del servizio sanitario pubblico, così duramente messo in discussione durante gli anni del governo Thatcher. E’ vero che dell’importanza delle cose spesso ci si accorge solo sbattendoci sopra il naso, come purtroppo è capitato al politico Tory.

Ma, sia come sia, la lettera è bella, toccante e leggera in puro stile britannico e quindi la riporto nella sua interezza:

“Sam e io siamo stati sommersi da tutte le lettere, i biglietti, le e-mail e i fiori che abbiamo ricevuto per Ivan. Inviare una e-mail questa settimana ci offre l’opportunità di dire un grande «grazie». Significa molto sapere che altri pensano a noi e a lui.
Abbiamo sempre saputo che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso. Lascia un vuoto nella nostra vita così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare — niente sarà più uguale a prima.

Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di lui ma almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi — Sam, io, Nancy ed Elwen — a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo”.

David Cameron


Israele e i suoi errori

Gennaio 5, 2009

Malgrado mi consideri una persona adeguatamente informata, confesso di non sapere chi sia il responsabile della recrudescenza della eterna guerra in Medio Oriente… un qualche petardo fatto in casa lanciato un paio di allucinati di Hamas? qualche omicidio mirato progettato giocando a risiko da qualche fagiano d’oro del Mossad? vallo a sapere…

Cerco di ragionare sui fatti. Come fanno gli storici? partono da quello che sanno ed è sicuro… Ad esempio, è un dato non contestato che il 18 giugno 1815 in una piana intensamente coltivata non distante da Bruxelles e limitrofa al borgo di Waterloo gli eserciti francesi e angloprussiani si sono scontrati e che i francesi hanno avuto la peggio. Questo è il dato storico. Poi ci sono le microinterpretazioni: se non ci fosse stato il fango la battaglia sarebbe iniziata prima… se non si fosse perso tempo a bombardare il castello di Hougoumont… se Grouchy avesse avuto i riflessi più lesti… Se il maresciallo Ney non avesse mandato al macello 12.000 cavalieri contro i quadrati inglesi… Se Napoleone invece di starsene disteso a lamentarsi per le emorroidi si fosse spicciato a mandare la Guardia… se, se, se, se, se… E poi ancora le macrointerpretazioni storiche. Se avessero vinto i francesi il Belgio si sarebbe sollevato in loro favore… sarebbero stati spostati 100.000 uomini verso l’Austria… ci sarebbe stata una pace di compromesso e forse oggi in Francia ci sarebbe ancora un imperatore, magari Napoleone XII°.

E in questo caso? il dato storico certo qual’è? forse che nel 1948 l’Onu aveva stabilito delle cose che non si sono mai realizzate? come il principio del due stati sovrani e pacifici, uno ebraico e uno palestinese? Ma pur avendo appurato che forse la prima schioppettata l’hanno tirata gli arabi, che cosa ci dice dell’oggi? poco, direi, molto poco.

E allora, senza i fatti, che vengano le opinioni. Ho scritto parecchie volte dei post di vicinanza e simpatia verso Israele, ma questa volta proprio non ci riesco. Quando è troppo, è troppo… non solo perchè ritengo indegno di un paese civile e democratico l’abuso dei bombardamenti su obiettivi civili ma anche perchè, piaccia o non piaccia (e a me NON piace), Hamas gode di un effettivo consenso popolare e il consenso non si demolisce a cannonate, che piuttosto lo rafforzano…

Certo, Al Fatah e la sua dirigenza si sono sputtanati, dimostrando che forse è più facile dirottare aerei che non gestire il governo di un territorio e in fondo la caduta di prestigio dell’ANP (laica e quasi democratica) è avvenuta non per colpa di Israele, ma per la loro incapacità a costruire un percorso vero, per la patologica corruzione, per l’inadeguatezza nei confronti delle aspettative e dei bisogni della popolazione, che per ragioni svariate appoggia in buona misura gli allucinati fanatici di Hamas.

La quale Hamas ha trasformato un conflitto “laico” in una jihad, come se ce ne fosse il bisogno. Sono alleati degli Hetzbollah libanesi e dei “guardiani della Rivoluzione” iraniani, vale a dire due delle più fanatiche, illiberali e violente fazioni politiche del mondo arabo. E ricordiamo un po’ come iranimpiccagione02funziona l’orrido regime iraniano, dove vengono impiccate le donne incinte (evito la foto), gli oppositori in genere – appesi a grappoli, come le palle dell’albero di Natale – impiccagione1e i giovani gay in particolare, come nella foto a sinistra.

Tutto questo lo ricordo non per compiacimento morboso, ma perchè molto spesso l’opinione pubblica di sinistra – nel suo condivisibile spirito terzomondista – dimentica o non da importanza a quanto avviene quando sono “i buoni” a prendere il potere… E mi chiedo quanti di coloro che difendono Hamas si sentirebbero a loro agio se fossero governati da questi individui, che farebbero rimpiangere pure Berlusconi…

Ciò ricordato però, Israele a parer mio sta passando il segno. Carri armati, bombardamenti a tappeto, massacri di civili, tabule rase… per cosa? dov’è l’obiettivo politico? eliminare Hamas da Gaza, magari facendo in modo che spunti in Cisgiordania? riprendere il pieno controllo della Striscia per ridare vita al tormento dell’occupazione abusiva del territorio palestinese? trovare una scusa per invadere nuovamente il Libano? Oppure, molto semplicemente, rafforzare il consenso elettorale del governo in carica che – val la pena di ricordarlo – era stato eletto con un programma “pacifista”?

Insomma, forse Israele non predica la Guerra Santa, ma ho l’impressione che pratichi la guerra sporca, per fini tutti di politica interna. E in un conflitto tra fanatici religiosi e militarismo fascista, confesso che non riesco a schierarmi… posso solo dirmi triste e deluso per come 60 anni di guerra hanno ridotto una democrazia che era nata per essere colta, civile e aperta.


In ricordo

Dicembre 29, 2008

Credo fosse un venerdì di settembre nel 2000. Eravamo nell’aula adibita alle lezioni del dottorato di ricerca in Scienza della Politica e il nostro coordinatore, l’illustre prof. Morlino, stava costruendo il calendario dei seminari per i mesi a seguire. La testa bassa sul foglio, gli occhiali in punta di naso, la “r” arrotata di chi è nato bene, il baffo curato e attorno a lui il silenzio rispettoso di noi, aspiranti politologi.

I seminari avrebbero trattato il percorso intellettuale e scientifico di autori “classici” della politologia contemporanea e – con il senno del poi – devo dire che alcune lezioni sono state proprio di straordinario fascino e interesse. Come la mattinata in cui Panebianco parlò di Raymond Aron, o quando Stefano Bartolini presentò il suo amato Stein Rokkan. O ancora quando Jean Blondel raccontò di Samuel Finer o Philippe Schmitter rilesse per noi Tocqueville (quest’ultimo non proprio contemporaneo, ma ancora attuale).

Per il secondo anno di fila, però, niente Dahl, niente Almond e niente Huntington. Ma i primi due erano stati oggetto di seminario l’anno precedente al mio arrivo, mentre del terzo nessuna traccia. “Perchè niente Huntington?” La domanda mi era proprio sfuggita. Tra i colleghi sguardi preoccupati dato che non si era soliti avanzare riserve sulle scelte del Chiarissimo Professore (che raramente sbagliava, questo bisogna riconoscerlo). Morlino mi guarda e dietro le lenti da Nonna Papera vedo un lampo divertito attraversarne gli occhi azzurri. Quindi la sentenza: “il 14 dicembre Marco ci parlerà di Huntington”.

Con grande pena mi misi al lavoro e cercai di costruire una lezione decorosa e ne venne fuori una presentazione che considero ancora uno dei pochi momenti di luce di quel triennio di buio. L’ho riletta in questi giorni, dopo aver appreso la notizia della morte di Samuel Huntington, avvenuta alla vigilia di Natale.

I giornali hanno quasi unanimemente parlato di Huntington come del “teorico dello scontro di civiltà”, facendo immaginare una specie di bizzarro dott. Stranamore che – nascosto in uno chalet di montagna, dietro una pila di libri – profetizza la fine del Mondo. Anzi, peggio, la auspica. Il riferimento è al suo libro più celebre, lo “Scontro delle Civiltà”, uscito nella metà degli anni ‘90 e che considero uno dei saggi più citati e meno letti (e ancor meno capiti) degli ultimi 30 anni.

Huntington non scriveva cose facili e spesso i suoi lavori lasciavano in bocca un che di sgradevole, perchè erano schietti, diretti, mai moralistici, talvolta spietati. Come l’ultimo – Who Are We? The Challenges to America’s National Identity, del 2004dedicato al tema dell’Immigrazione. A volte poi contenevano delle contraddizioni, dei punti vuoti, delle piccole incongruenze ma quello che contava in Huntington era la raffinatezza del quadro teorico, la coerenza dell’insieme più che la precisione del dettaglio.

Nel metodo di lavoro di Huntington 3 sono le cose che mi hanno colpito e ammirato:

  1. la capacità di cogliere l’attualità dei problemi: si è occupato di militari e politica negli anni ‘50, di sviluppo politico negli anni ‘60, di crisi della democrazia negli anni ‘70, di consolidamento democratico negli anni ‘80, di “scontro di civiltà” negli anni ‘90, di immigrazione in questi anni. Insomma, non è mai stato il professorino autoreferenziale, ma ha sempre messo tutte e due le mani nei problemi del momento, cercando di analizzarli e descriverli per quello che sono: incasinati;
  2. l’utilizzo della Storia come strumento di lavoro. I suoi saggi sono ricchi di citazioni del passato, di riferimenti ai grandi autori “classici” del pensiero politico (da Machiavelli a Hobbes, da Tocqueville a Marx). Ma non si tratta di saggi leziosi. A fianco a questi riferimenti, infatti, compaiono sempre dati e riferimenti minuziosi e puntuali, attinti da statistiche, studi governativi, tesi di dottorato, inchieste di giornale…
  3. Huntington tenta sempre di dare ai problemi una risposta di tipo teorico. Per questo diventava anche facile criticarlo, perchè si esponeva, non scriveva paginette fini a se stesse, ma presentava problemi e avanzava risposte. Talvolta criticabili, talvolta da sgrezzare, ma lo sforzo intellettuale era evidente.

Insomma, con la morte di Huntington non scompare un “teorico dello scontro” (quello uscirà dalla Casa Bianca a gennaio) e neppure un razzista malcelato (una delle accuse che gli sono piovute addosso dopo il suo “Who are we?“), ma un freddo, lucido e acuto lettore dei nostri tempi. Che sono tempi grigi e meschini, ma di questo non si può certo accusare Samuel Huntington, che il grigiore e la meschinità non l’ha teorizzato, ma solo descritto per quello che è.


Il rischio

Novembre 10, 2008

Non capisco perchè tutto questo scandalo attorno alla battuta di Silvio Berlusconi su Barack Obama “bello e abbronzato”. Dopotutto è andata bene, io mi sono meravigliato che non abbia ancora fatto commenti sul mito degli attributi sessuali degli uomini di colore. Poteva anche dire una cosa del genere: “Barack è più abbronzato di me, ma io e lui condividiamo un pregio che fa contente le nostre mogli e fa si che conosciuto noi, non guardino più gli altri uomini!”

Ecco il rischio che abbiamo corso.


The winner takes it all

Novembre 3, 2008

Dunque, domani notte sapremo finalmente se il prossimo Imperatore del Mondo sarà uno smilzo neretto con le orecchie a sventola e la parlantina fascinosa o un anziano ex pilota famoso per aver passato 5 anni dentro un botolo vietnamita. In attesa di tutto questo, una piccola carellata perfida su “quelli che avrebbero voluto ma non ce l’hanno fatta”….vale a dire tutti quei politici (a volte illustri, a volte scadenti) che si sono avvicinati alla Casa Bianca, ma non hanno mai potuto entrarvi, ne da presidenti e neppure da vice.

deweytruman12.jpgVolendo limitare la cavalcata dei ricordi al solo secondo dopoguerra, il primo nome che salta all’occhio è quello di Thomas Dewey. Ha corso come candidato repubblicano per due volte, nel 1944 e nel 1948. Nel 1944 venne sconfitto da Roosevelt, ma in fondo tutto ciò ci stava, visto che gli USA erano in piena guerra e FDR un presidente particolarmente amato e stimato. Ma il 1948 era il suo anno, non avrebbe potuto essere diversamente: dopotutto, il presidente in carica – Harry Truman – era parecchio impopolare e dopo 16 anni continuati di presidenze democratiche c’era una gran voglia di cambiare aria e tutti i sondaggi (che iniziarono a prendere piede proprio allora) davano nettamente avanti Dewey, più o meno come oggi danno nettamente avanti Barack.

Dewey era felice, nulla ormai sembrava fermare la sua corsa verso la Casa Bianca e stava già provando il discorso di insediamento, anche perchè i primi exit poll (maledetti exit poll!) lo davano vincente. Quando i quotidiani nazionali iniziarono a uscire in edizione straordinaria con il titolo “Dewey Presidente” o “Dewey batte Truman” fu tutto un fioccare di telefonate, congratulazioni, lanci di fiori e commozione, che stancarono tanto il neoeletto. Che andò a dormire, esausto ma soddisfatto di se…

Poi le cose cambiarono, i numeri smisero di essere così gentili e Truman riprese il vantaggio…i giornalisti – iene come sempre – si precipitarono a casa Dewey per sentire le reazioni “a caldo” del presidente non eletto…”Mio Padre, il Presidente, sta dormendo” disse con fare superbo il figlio primogenito ai giornalisti assetati di interviste. “E allora quando si sveglia gli dica che non è più presidente!” fu la replica di uno dei cronisti.

 Di quella vicenda e del povero Dewey restano solo due cose: questa battuta e una foto di Truman ridanciano, mentre legge un quotidiano che strilla la notizia della sua mancata sconfitta!

Altro celebre sconfitto fu il democratico Adlai Stevenson. Come Barack proveniente dall’Illinois, come Barack un uomo di grande fascino personale, un liberal, un raffinato intellettuale e come Barack opposto ad un eroe di guerra: Eisenhower, meno colto e meno politico di lui, meno preparato e più capace di parlare all’americano medio. Stevenson venne sconfitto: non gli si perdonò l’ironia sottile (“Adlai, tutti gli americani intelligenti voteranno per te!” gli urlò un sostenitore…”Temo non basti, ho bisogno della maggioranza!” fu la risposta dell’incauto candidato), la sospetta omosessualità, lo snobismo culturale e l’aria perenne di colui che si candida per fare un piacere.

Barry Goldwater era un cattivo. Cattivo proprio. Candidato repubblicano nel 1964 contro Lyndon Johnson. Anticomunista quasi caricaturale, razzista, sospetto di legami con il racket del gioco, riuscì a vincere la nomination grazie ad una capacità di mobilitazione organizzativa non comune. Diceva quello che pensava, anche troppo. Infatti, la sua nota dichiarazione sul possibile utilizzo della bomba atomica (“dopotutto è un proiettile come un altro”) venne scaltramente utilizzata da Johnson, che produsse anche uno spot televisivo tanto famoso quanto perfido, che lasciava intendere che – con Goldwater presidente – i funghi atomici sarebbero spuntati un po’ ovunque. Goldwater morì 90enne, nel 1998, e fino quasi alla fine occupò il proprio seggio al Senato, lottando contro la deriva confessionale e bigotta del partito repubblicano e – in nome delle proprie posizioni anarcoidi e iperliberiste – combattendo qualsiasi intromissione dello Stato nelle scelte dell’individuo, giungendo ad esprimersi in favore delle droghe leggere e dei diritti gay, con la motivazione che “quando i nostri antenati abbandonarono l’Europa in cerca di libertà non lo fecero per trovare un governo che ti fruga sotto le coperte”.

Nel 1972, l’errore venne compiuto dai democratici. Il candidato scelto fu George McGovern. Troppo amico degli hippy, troppo pacifista, troppo liberal, troppo tenero verso il comunismo…se a tutto questo aggiungiamo che il suo candidato alla vicepresidenza (Thomas Eagleton) dovette ritirarsi dopo aver ottenuto la nomination perchè la stampa scoprì che era stato sottoposto in tempi recenti ad elettroshok per problemi di natura nervosa (e – soprattutto – che McGovern non lo sapeva), si può immaginare perchè quelle elezioni furono disastrose per l’Asinello, spazzato via dalla “corazzata Nixon”.

donna_rice_and_gary_hart.jpgLe elezioni del 1988 bruciarono due candidati democratici in un colpo solo. Il favorito delle primarie – il fascinoso Gary Hart – era così convinto di avere la nomination in tasca da sfidare spavaldamente la stampa: “la mia vita è un libro aperto, seguitemi e scoprirete che non ho scheletri nell’armadio”. Infatti, gli scheletri erano seduti comodamente sulle ginocchia del senatore, dato che i giornalisti lo presero in parola, lo seguirono in massa e lo trovarono felice su uno yacht con la sua amante di turno, mentre la moglie si smazzava per la sua campagna elettorale. Fine corsa e fine matrimonio. Di quella vicenda, resta però la foto ricordo scattata allora, che ci mostra il senatore felice e la sua squinzia innamorata. Chissà se si vedono ancora…

Il secondo bruciato fu il vincente delle primarie, il governatore Michael Dukakis. Un piccolo, peloso e petulante governatore di origine greca, talmente spaventato dal sembrare un liberal dal cercare di spacciarsi per conservatore durante il dibattito televisivo con George Bush Sr. (“lei è liberal!” “no, lo giuro, non lo sono!”)… Talmente incauto dal diffondere una propria immagine promozionale con tanto di elmetto alla guida di un carro armato, che avrebbe dovuto rassicurare la destra sul suo patriottismo e invece ottenne solo di indispettire la sinistra. Talmente goffo dal rifiutarsi di diffondere le informazioni sul proprio stato di salute, dicendo che “sono affari privati”. E talmente inesperto dal farsi affiancare da un candidato vicepresidente (Lloyd Betsen) talmente preparato, talmente “presidenziale”, talmente affidabile e competente da far dire a molti autorevoli osservatori “ma non era meglio se candidavano lui?”, innescando così anche l’invidia del povero Dukakis nei confronti del proprio “runnig-mate“, il quale contraccambiava rivolgendosi a lui con malcelato paternalismo venato di disprezzo.

dole-14.jpgContro il popolarissimo, amato, giovane, simpatico e pimpante Bill Clinton, nel 1996 i repubblicani mandarono un anziano eroe della II Guerra Mondiale, il senatore Bob Dole. In guerra aveva parzialmente perso l’uso della mano destra, rimasta semiparalizzata e stretta quasi a pugno ed era noto che – con notevole senso pratico – la usasse come portapenne.

Durante la campagna elettorale ci furono malignità e cattiverie sull’età, sullo stato di salute e sulle capacità motorie dell’anziano repubblicano. Il quale per l’entusiasmo di mostrarsi arzillo e atletico pensò bene di sporgersi un po’ troppo e franare – come Will il Coyote – sulla folla dei propri sostenitori. YouTube ci ricorda la vicenda.

Dello sconfitto del 2004 – John Kerry – non c’è molto da dire: troppo grigio e palloso, così come non ci sono particolari aneddoti sul due volte candidato indipendente Ross Perot, multibilionario non eletto perchè troppo ricco, con troppi interessi, troppo populista e troppo ambiguo politicamente. Dopotutto gli Usa non sono l’Italia.

Quindi l’ultimo cenno va riservato al signor Harold Stassen, che lottò per la nomination repubblicana per ben 9 volte, dal 1948 al 1992, senza mai riuscire ad ottenere alcun seguito, tranne che nella convention del 1968, quando due delegati – particolarmente di buon cuore – gli diedero il loro voto: uno del Minnesota e uno dell’Ohio.

Pochi, per battere Richard Nixon, che lo stesso giorno di voti ne ebbe 1238, vinse la nomination e 3 mesi dopo anche le elezioni presidenziali. Ma questa è un’altra storia, qui oggi si ricordano i perdenti.


Consigli per gli acquisti

Settembre 29, 2008

Nella patria del libero mercato, anche le elezioni sono fonte di grandi affari e in particolare, da tempo immemore, esiste un fiorente commercio di gadgets elettorali, che spaziano dal banale al pacchiano e dovrebbero da un lato portare voti al candidato che sostengono, ma dall’altro dare messaggi chiari di tipo politico-programmatico.

Così, ad esempio, il negozietto di Obama cerca di essere politicallycorrect fino al parossismo e ci sono distintivi, adesivi, magneti ed altro per soddisfare qualsivoglia esigenza etnica…dai repubblicani in fuga (Republicans for Obama, con tanto di elefante che corre a perdifiato verso il futuro) ai “Firstamericans“, che credo siano i pochi pellerossa scampati allo sterminio…dagli afroamericani ai latinoamericani, dai gay (pudicamente chiamati “Pride supporters“, letteralmente sostenitori orgogliosi, di cosa non si sa, ma il color rosa aiuta a intuirlo) fino ai cinesi. Curiosamente mancano due etnie, se ho ben guardato: gli italoamericani e i musulmani…in effetti, su quello è meglio glissare, un “Martiri di Allah per Obama” forse sarebbe stato controproducente.

Il gusto di McCain invece è assai più tradizionale. Ho trovato delizioso questo distintivo-cornicetta, con l’anziano patriarca e Nonna Papera da giovane (un po’ più violenta ma insomma, lo stile è quello), con tutti questi arabeschi barocchi che fanno tanto old America. E me li vedo, lui seduto su una sedia a dondolo sotto il patio in quercia e la dolce Sarah intenta a fare crostate di mele, sidro e pasticcio di alce, abbattuta a colpi di direttamente da lei medesima. Una autentica, sana, onesta famiglia americana, di quelle che è meglio perdere che trovare…

Dicevo che dietro il mercatino, però, stanno nascosti i messaggi politici, così imperversano gli slogan della campagnia (come il “Yes We Can” di Obama in queste graziose tazze da colazione, con tanto di manico seghettato per imparare a soffrire in silenzio, vostre per soli 10 dollari) e i contenuti programmatici o etico-morali che si desidera far passare.

Così ad esempio John McCain tormenta il mondo con il suo essere stato un veterano in Vietnam e non c’è pericolo di dimenticarsene, ma se del caso ecco un simpatico magnete per il frigorifero di casa (2 dollari) con il faccione dell’Eroe che sembra uscito da “Berretti verdi”. Ma non solo, dobbiamo sapere chi sta con noi (e la maglietta per l’Obamapride, rosa con triangolini ammiccanti e road to heaven con i colori arcobaleno dice tutto…per ben 60 dollari e senza neppure un glitterato D & G da qualche parte!) e anche chi sta contro di noi, ad esempio Obama e i suoi supporters, come questo adesivo dei proprietari di fucili ci fa sapere. Molto indicato sul retro del vostro pick-up.

Insomma, i gay con Obama, i fucilieri con McCain, speriamo solo che non si incontrino, o sarà un bagno di sangue…


It’s a long way to Washington

Settembre 22, 2008

Perchè mai tanti italiani seguono con entusiasmo la campagna elettorale americana? che diamine, per due ragioni: innanzitutto perchè è divertente (certamente più delle nostre) e – secondariamente – perchè in fondo, loro sono l’Impero Romano e noi siamo una piccola nazione federata, che ne so, come i Burgundi o i Pitti… e quindi, l’elezione dell’Imperatore ci riguarda tutti.

Al di là degli scherzi, non di rado i cicli della storia americana hanno anticipato quelli della storia politica e culturale europea: sarebbe stato difficile immaginare la distensione e il primo centrosinistra senza John Kennedy, così come non sarebbe stato possibile immaginare il ciclo di liberismo e di edonismo degli anni ‘80 senza la presidenza di Ronald Reagan. Gli esempi potrebbero continuare, ma non voglio farla lunga…

Non voglio farla lunga perchè desidero dare un piccolo consiglio non richiesto: non perdete tempo a guardare i sondaggi che dicono – magari – Obama 47, McCain 46. Sono falsanti, perchè negli Stati Uniti non si vince le presidenziali ottenendo più voti degli altri (come ha sperimentato sulla propria pelle Al Gore nel 2000) ma conquistando il maggior numero di “voti elettorali”, cioè di vittorie nei singoli Stati con relativo pacchetto di delegati e considerando che, per ragioni sulle quali ora non mi soffermo, il meccanismo premia gli stati più piccini rispetto a quelli grandi.

Quindi, il gioco consiste nello strappare 270 “grandi elettori” (il totale è 538) e solo così si può essere certi di prestare giuramento sotto le bianche colonne neoclassiche del Campidoglio (“and so help me God”), mano sulla Bibbia e sguardo fiero. E quindi, se proprio non si ha voglia di attendere novembre, consiglio di monitorare giorno per giorno questo sito.

Magari non ci racconta chi vince, ma ci aiuta a ingannare l’attesa (ps. sorvegliare Florida e Ohio, cenni di rimonta Obaniana…e monitorare la Pennsylvania, cenni di rimonta McCainiana)…