Sondaggi

Novembre 26, 2009

Dice Shimon Peres che i sondaggi “sono liquidi che vanno annusati e non bevuti” e ha ragione.

Ciò nonostante, sono settimane che quotidiani e siti internet riportano rilevamenti sulle elezioni politiche che forse a breve verranno, ma forse anche no, dimostrando – dati alla mano – la riconferma di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Si tratta di chiacchiere inutili. Infatti, prevedere la vittoria o la sconfitta di qualcuno non è possibile se non è chiara la natura della competizione e l’articolazione dell’offerta politica. Soprattutto per il Senato, dove pochi infinitesimali spostamenti rispetto al 2008 farebbero perdere la maggioranza al centrodestra e renderebbero la Camera Alta ingovernabile.

E’ anche per questo se non sono ancora state sciolte le Camere ed è anche per questo se tutti stanno buoni e coperti. Qualsiasi cosa dicano i sondaggi…


Rifondazioni

Ottobre 20, 2009

Un recente sondaggio attribuisce al Partito Laburista di Gordon Brown un magro 24% , dato che lo relega a terza forza, dopo i Conservatori e i Liberali.

Sono lontane le glorie del Tony Blair di fine millennio e – se tanto mi da tanto – tra pochi mesi un tory tornerà al n. 10 di Downing Street il che, dopotutto, dopo 12 anni di governo laburista ci può pure stare.

La Spd tedesca non sta meglio. Come sappiamo, appena un paio di settimane fa hanno preso una sberla di dimensioni colossali, franando al 23,5%, percentuale imbarazzante per una forza politica che non scendeva sotto il 33,3% dei voti dagli anni ‘50 e che solo 10 anni fa, superava il 40% .

Una percentuale vicina al 25% è anche quella del PSF ed è da oltre 20 anni – regnava ancora Francois Mitterrand – che i socialisti francesi non si schiodano da quella posizione, se non per allontanarsene verso il basso (come nel 1993, quando ottennero uno scarso 17% alle politiche di quell’anno).

In tutto questo discorso, appare evidente che il 26% del PD è assolutamente nella media delle grandi democrazie europee (Spagna esclusa, da quelle parti Zapatero veleggia attorno al 40%) e quindi il dato – di per se – non deve stupire, se non per un punto: perchè i partiti di sinistra riformista non riescono a collocarsi su percentuali del 35-40%?

La risposta non so bene quale possa essere, ma a naso ipotizzo un problema grosso e ricorrente: la sinistra “riformista” ha perso la capacità di “raccontare la sua storia”. Mi è venuto in mente questo aspetto leggendo “Political Brain” di Drew Westen, tradotto in Italia dal “Saggiatore” con il titolo di “La Mente Politica“, studio sul perchè gli elettori americani “pensano come i democratici ma votano per i repubblicani”.

Secondo Westen, il problema dei democratici risiede nella loro incapacità di toccare i cuori degli elettori raccontando la loro versione della storia, la loro idea di società, prigionieri come sono dei calcoli, degli studi, del politically correct, dell’essere sempre “precisini”, del non voler mai affondare la lama, del voler rassicurare e – in fondo – del volersi legittimare, non si sa da chi non si sa perchè.

La sinistra – che dovrebbe incarnare fantasia e cambiamento – rischia di morire (e far morire) per la noia, per la debolezza delle convinzioni e per la paura di non sembrare abbastanza moderata, finendo quindi per rendere inevitabili i consensi per chi è moderato sul seri. Cioè, per capirsi,  “perchè cercare la pepsi se hai la coca cola?

Poi accade che compare un leader visionario, comunicativo e creativo (Kennedy, Brandt, Clinton, Obama, Blair, Zapatero) e vince le elezioni, riuscendo la dove i “burocrati” hanno fallito. Chissà se dal PD uscirà qualcosa del genere presto o tardi…


Il tennis in un paese irresponsabile

Settembre 4, 2009

La crisi strutturale del tennis italiano rappresenta la fotografia di un paese immaturo, irresponsabile e incapace di valorizzare il merito e l’assunzione personale di responsabilità.

Caspita, che tirata! si potrebbe pensare. E invece è proprio così… La crisi del tennis e la crisi della società italiana vanno a braccetto, perchè le ragioni sono – a mio avviso – le medesime: pigrizia, assenza di senso etico, vittimismo, demeritocrazia.

Fino agli anni ‘70 infatti il tennis italiano era vitale e non mancavano mai giocatori di vertice che – senza essere fenomeni assoluti – tenevano alto il nome del nostro Paese in questo sport. Poi, con la fine degli anni ‘70, è iniziato il declino.

Nessun giocatore italiano è riuscito a entrare più tra i primi 15 del mondo, nessuno si è distinto per particolari risultati, nessuno ha dimostrato continuità nell’impegno. Perché è questo che si richiede al bravo tennista: costanza, continuità, serietà, stile di vita regolato, autonomia e senso di responsabilità individuale… come Chris Evert, che è arrivata almeno in semifinale in 52 dei 56 tornei del grand slam giocati. O come Jimmy Connors, per 16 anni ininterrottamente tra i primi 10 giocatori del mondo. O come Roger Federer, che da oltre 5 anni non perde in un torneo dello slam prima della semifinale.

Da noi invece prevale – come approccio e come italian way of life – l’improvvisazione, la ricerca di un improbabile “assolo” che giunga senza fatica e senza costi, l’incostanza, la frignata perché “la superficie è bagnata, la terra troppo lenta, il cemento troppo veloce, la bua al gomito, la bua al ginocchio, la bua al culo e quella alla testa (spesso indistinguibili)”.

E la ricerca di scorciatoie per scansare le fatiche. Come si è visto in questo mese di “preparazione” agli US Open. I nostri “eroi”, invece di galoppare nei torridi tornei sul cemento americano in vista del torneone di Flushing Meadows attualmente in svolgimento hanno fatto altro: Bolelli è andato in viaggio di nozze, Seppi ha giocato sulla terra di San Marino (!) in cerca di denaro facile e un pugno di punti ATP persi la settimana dopo, altri hanno calcato gli improbabili torneucci campagnoli di Cordenons (!!!) o di Trani, peraltro senza neppure riuscire a vincerli. Risultato: a 48 ore dall’inizio del torneo newyorkese nessun tennista italiano era ancora in gara, tutti spazzati via come castelli di carte in un giorno di vento. Tutti ad accampare scuse per “il sorteggio sfortunato, il polso che fa male, il caldo, l’umido, il fuso orario…”

E fosse solo il tennis! Il disastro epico nei Mondiali di Atletica Leggera di Berlino ha sottolineato ancora – se mai fosse stato necessario – il concetto: siamo incapaci di emergere negli sport individuali, ci difendiamo solo in quelli di squadra.

Questo perché non crediamo nelle risorse del “singolo”, nelle possibilità dell’individuo di cambiare il proprio destino, ma ci affidiamo sempre alla rete di protezione del gruppo, della corporazione o della casta, che annacqua in un contesto plurimo le responsabilità individuali.

Da questo disastro si salvano solo le donne. Come Flavia Pennetta, riuscita a entrare nella topten del tennis femminile (nessuna italiana ci era mai riuscita e nessun italiano era comparso nella alte vette dopo il 7° posto di Corrado Barazzutti, nel 1977). E infatti Flavia non vive in Italia ma in Spagna, gira il mondo senza paura di confrontarsi con le grandi e al primo turno degli US Open ha vinto per 60-60. Ci salvano le donne anche da altre parti, come nel nuoto visti i risultati splendidi – quelli si storici – di Federica Pellegrini, bella, brava, seria e simpatica.

E quindi, continuando nelle analogie, non posso che rivolgere a me stesso (e ai lettori) una domanda: saranno le donne a dover salvare la società italiana, così come salvano la nostra dignità sportiva? E noi maschietti italiani, mammoni, bamboccioni, pigroni e frignoni, siamo davvero irrecuperabili?


Tanto tuonò che non piovve – reprise

Maggio 11, 2009

Dopo una settimana a metà tra il boccaccesco e il picaresco, compare un sondaggio che sembra confermare quanto ipotizzavo la settimana scorsa e cioè che il tanto strombazzato trionfo del PDL e della LN e lo strombazzatissimo crollo verticale del PD siano forse un tantino azzardati…

Compare oggi un sondaggio relativo al possibile esito delle Europee in tutti i 27 paesi dell’Unione e da questo figurerebbe un testa a testa (al ribasso) tra PDL e PD (http://www.predict09.eu/default/en-us/state_analyses.aspx)

Io non ci credo molto…non penso che siano separati da solo un pugno di voti come lascia intendere quella ricerca (che ha – soprattutto – il pregio della “neutralità”, dato che è trasversale e transnazionale), così come non penso che la LN sia in netta flessione rispetto al 2008.

Però, del tutto sballato quel sondaggio non sarà di certo, dopotutto… e forse, tra il tracollo e il trionfo ci troveremo su una onesta via di mezzo. Tra un paio di settimane ne sapremo ben di più!


Referendum: un gioco a somma negativa

Aprile 27, 2009

L’attuale legge elettorale è stata definita dal suo stesso autore – il ministro Calderoli – come “una porcata”. Si tratta di una definizione totalmente errata, dato che del maiale – notoriamente – non si getta nulla, mentre di quella legge sarebbe da buttar via tutto.

Tanto per rinfrescarci la memoria, ricordiamone gli aspetti più deleteri:

  • indicazione di un candidato premier all’atto del deposito delle liste, in sospetta contraddittorietà con l’art. 92 della Costituzione, che attribuisce al Capo dello Stato il potere di nomina del presidente del Consiglio;
  • previsione di un premio di maggioranza alla coalizione più votata, da attribuirsi attraverso un farraginoso e assurdo meccanismo di sbarramenti che non sbarrano (6 diverse soglie, tra Camera e Senato!);
  • previsione di 17 diversi premi di maggioranza al Senato, dove non è stato possibile per ragioni di natura costituzionale prevedere un premio unico, cumulativo;
  • presenza di liste bloccate e assenza per l’elettore della facoltà di selezionare con il proprio voto il candidato che più gli aggrada;

I referendum, mirano a modificare alcune delle storture della legge, ma a parer mio senza riuscirvi e anzi – se possibile – addirittura peggiorando l’attuale normativa in alcuni punti. Infatti, i tre quesiti proposti dall’ineffabile duo Guzzetta & Segni non intervengono nei due aspetti in assoluto più criticabili: l’indicazione formale del candidato premier (il “Capo della Coalizione”, secondo il pessimo lessico della legge) e le liste bloccate. Mantengono cioè una impostazione di democrazia meramente “elettorale” di tipo bonapartista, assai lontana da una visione aperta dei processi politici e istituzionali. Anzi, con la previsione del premio di maggioranza ad una sola forza politica riescono addirittura ad enfatizzarla, senza intervenire per garantire e ampliare i necessari contrappesi politici e istituzionali.

E quindi la domanda diventa: che fare? Votare SI, votare NO o non votare affatto? E dall’azzardo di risposta si capisce come questa legge elettorale sia effettivamente tutta da buttare: infatti, non esiste un’opzione “vincente”, ma ci sono solamente diversi gradi di sconfitta, perché qualsiasi sarà l’esito finale, i problemi rimarranno ancora tutti sul tappeto, tali e quali, quando non addirittura aggravati.

L’ipotesi più probabile è che vinca il non voto. Il che verrebbe venduto come l’implicito consenso del corpo elettorale al mantenimento del sistema vigente. Che – come si diceva – è pessimo. Molto remota è l’ipotesi di una vittoria dei “NO”, dato che non si capisce per quale ragione i contrari ai quesiti referendari debbano scomodarsi ad uscire di casa quando per ottenere il risultato da loro sperato possono tranquillamente rimanere in poltrona in attesa che il referendum venga dichiarato nullo per mancato raggiungimento del quorum previsto

Rimane la scelta del “SI” (che sarà il mio voto, per il poco che può interessare). Presenta alti, altissimi rischi. Tra tutti quello di creare un sistema che potrebbe consegnare ad un partito di poco superiore ad 1/3 dei consensi (37.4 il PdL e 33.2 il PD, secondo i dati delle politiche 2008) circa il 55% dei seggi alla Camera, con un “jackpot” di quasi il 20%. E questo 55% (340 deputati) continuerebbe ad essere non votato dai cittadini, ma nominato dal capopartito vincente (chiunque esso sia), non di rado privilegiando il solo requisito della fedeltà personale a scapito della rappresentatività democratica, culturale, economica e territoriale che pure un parlamentare dovrebbe incarnare.

Il rischio è quindi alto, ma forse vale la pena correrlo. Infatti, se vince il SI potrebbe aprirsi un piccolo, piccolissimo spiraglio per rimettere in piedi il tavolo della riforma elettorale e si potrebbe riparlare di quel modello tra il tedesco e lo spagnolo sul quale si era intrapreso un dibattito prima del tracollo del governo Prodi. Sarebbe quello che serve per un buon passo avanti che ci avvicini alla fine del tunnel dell’infinita transizione politica e costituzionale italiana.


Tertium non datur

Novembre 17, 2008

Allora, vediamo se ho capito correttamente:

Nel 2001 a Genova le forze dell’ordine – segnatamente la Polizia – hanno tenuto comportamenti omertosi, violenti e pretestuosi e questo fatto non è una mia opinione personale, ma risulta dalla soffice sentenza di qualche giorno fa nonchè da un vasto catalogo di prove documentali e visive che hanno fatto il giro del Mondo.

Dunque, la Polizia a Genova ha violato la legge e lo ha fatto molto pesantemente. E questo è un dato non soggetto a discussione. Il tribunale chiamato a pronunciarsi ha deciso – molto italianamente – di far volare in aria gli stracci (i pesci piccoli) ed assolvere i pesci grossi…Come dire “ci sono state le violenze, ci sono state le false prove, c’è stata una chiara volontà di creare disordini, ma questa non va imputata ai vertici, ma solo agli esecutori. I vertici non hanno ne promosso, ne favorito ne tantomeno concepito tali eversivi comportamenti”.

Ok, prendiamo pure tutto questo per buono. Però, se il vertice è innocente questo significa che la “filiera” di comando ha presentato falle pesanti: il vertice non godeva di adeguato prestigio e rispetto visto che le indicazioni date non sono state seguite, qualcuno non si è curato degli ordini ricevuti. Non ci sono stati controlli, verifiche e monitoraggi e – a bubbone esploso – non ci sono state punizioni esemplari, come dovrebbe avvenire in presenza di quelle che sono a tutti gli effetti gravi e palesi insubordinazioni.

Riassumendo, le possibilità sono due: o il vertice delle forze dell’ordine ha programmato e gestito la rappresaglia fascista dentro la Diaz e dentro Bolzaneto, violando cinicamente e a freddo diritti costituzionalmente garantiti sotto gli occhi del Mondo intero e quindi devono dimettersi dalla Polizia e dal pubblico servizio perchè felloni e irresponsabili, oppure all’interno dell’apparato quanto dicono o fanno non conta nulla, non sono ubbiditi, non sono ascoltati, non sono seguiti, non godono di prestigio, non sanno vigilare, non hanno il polso della situazione e i loro sottoposti gli sfuggono di mano. E quindi devono dimettersi dalla Polizia e dal pubblico servizio perchè incapaci e ignavi.

Insomma, chi stava al vertice della catena di comando durante il nefasto G8 di Genova o era un criminale violento o un burocrate incapace e privo di polso. In entrambi i casi dovrebbe togliersi dalle palle e sparire dalla circolazione.

Tertium non datur.


Annunci

Agosto 4, 2008

Ho la netta sensazione che il nuovo governo stia navigando sorretto da una brillante strategia di comunicazione. Brillante e semplice: l’annuncio.

Un po’ per astuzia, un po’ per vanità, un po’ per non sentirsi solo, non passa giorno che qualche ministro non prometta una “rivoluzione” nel proprio settore di competenza. Naturalmente sono solo parole, perchè una decisione non diventa certo operativa grazie ad una conferenza stampa, ma ci vuole qualcosa in più. Per capirci…

  1. Viene identificata l’esistenza di un problema;
  2. si ipotizzano alcune soluzioni e si ritiene di adottarne una;
  3. la decisione viene adottata dagli organi politici-istituzionali competenti;
  4. la decisione viene messa in atto dagli apparati amministrativi centrali e periferici;
  5. la decisione provoca i propri effetti sul sistema al quale era destinata;
  6. la maggiore o minore congruenza tra effetti previsti, effetti generati ed effetti percepiti conduce ad una valutazione sull’utilità e l’efficacia della scelta adottata.

Molto semplicemente, tra la fase 1 e la fase 6 intervengono una tale quantità di variabili, di micromodifiche, di intoppi e impicci che non di rado una decisione esce rotonda e finisce quadrata. Con buona pace del mirabolante “annuncio” dal quale tutto è nato. E quindi, viene da chiedersi, a che pro “annunciare”?

La mia risposta è molto semplice: l’annuncio serve a lanciare parole-chiave gratuite e non impegnative, rivolte non tanto al singolo settore, quanto alla generalità dell’opinione pubblica, che non sa, non conosce, non segue e non capisce e quindi confonde annuncio con soluzione. E non voglio dire che non ci sia la volontà politica di fare seguire i fatti alle parole, dico però che, talk is cheap.

Un esempio è quello della proposta del ministro Gelmini relativa al voto in condotta. E’ una proposta che non esito a dire che condivido nel pieno. E tutti saranno più o meno dello stesso parere. Quale mamma direbbe il contrario? Questo fino alla prima bocciatura per un 7 in condotta…

Poi arriveranno i ricorsi al tar, gli annullamenti, le circolari interpretative, le sanatorie. E tutto tornerà come prima, ma nel frattempo l’annuncio ha pagato. E in fondo, in una logica di marketing politico, che altro mai conta?


Consolazioni

Giugno 4, 2008

Ieri sera ho visto “Ballarò“.

Gli ospiti in studio – tra i quali spiccavano l’ambiguo ministro Maroni e lo scaltro Massimo D’Alema – hanno parlato molto di immigrazione. Come al solito. Con le solite frasi. Con i soliti concetti, vecchi ormai di quasi 20 anni. E così, l’immigrazione diventa – di volta in volta – “un’emergenza da combattere” (per la LN), “un problema da risolvere” (per FI) o “un male necessario” (per il PD). Probabilmente c’è del vero in tutte e tre queste posizioni, ma manca la cosa che a me sarebbe sempre piaciuto che qualcuno dicesse o scrivesse, ma nessuno lo ha mai fatto. Manca una frase del tipo:

L’immigrazione è un fenomeno complesso che va governato. Ma ci piacerebbe vivere in un mondo senza dogane e senza barriere. Ci piace poter dare una mano alle popolazioni meno fortunate, creando opportunità di lavoro, di crescita umana e civile, ci onora poter fare la nostra parte per consentire a chiunque di cercare la propria porzione di felicità su questa Terra. Sappiamo che non sarà facile, ma siamo fieri che centinaia di migliaia di persone che vivono nella sofferenza, nella povertà e nel disagio, tra tante nazioni al mondo individuino proprio il nostro vecchio e sgangherato Scarpone come meta ultima dei loro sogni e delle loro speranze. E noi – che fummo la patria del Diritto e la culla della prima grande società multietnica della Storia – faremo tutto il possibile per essere all’altezza delle loro aspettative. Faremo del nostro meglio per consentire ai nostri ospiti di ottenere nel nostro paese rispetto, dignità e affetto. Questo per il bene loro, per l’eterno rispetto dei principi di ospitalità e per lo stesso nostro buon nome.”

Ma non ho udito mai frasi del genere. Non nel passato. Non oggi e temo neppure domani. Non le ho udite neppure ieri sera. Però a un certo punto, verso la fine della serata, Massimo D’Alema ha parlato di pienezza dei diritti e dovere di integrazione. Non è molto, non è un granchè. Ma erano le 22.54 e ho capito che per quella sera non avrei avuto di più.


Lobby, servono?

Maggio 31, 2008

Sto lavorando sul tema delle “lobbies“, vale a dire – detto in modo più elegante e meno moralistico – la “rappresentanza istituzionale degli interessi”.

Il tema è collegato alla democrazia, ma come? la trasparenza e il libero accesso da parte dei gruppi di pressione nel processo decisionale indebolisce o arricchisce il sistema democratico? Confesso che non riesco ancora a dare una risposta, ma devo farlo e pure un po’ in fretta.

Penso di partire dalla concezione “pluralista” della politica e del potere, quella formalizzata ad esempio dall’americano Robert Dahl, in contrapposizione alla precedente visione sostanzialmente elitistica. La politica e il potere sono definiti anche dalla competizione contrapposta degli interessi organizzati e quindi, portare alla luce questi interessi, può essere un fattore di chiarezza e di correttezza non solo formale, ma anche sostanziale.

Ma non esiste il rischio della prevalenza degli interessi concentrati e organizzati su quelli diffusi? non c’è il rischio che alla fine le scelte politiche possano diventare la somma dei risultati di singole competizioni a scapito dell’impalpabile “interesse collettivo”?

Insomma, devo riflettere ancora per un po’…


Altalena

Aprile 14, 2008

Due dati, così per ingannare il tempo…

1. L’astensionismo è maggiore nelle zone rosse piuttosto che in quelle berlusconiane. Brutto segnale per il PD? o sono gli arcobaleni che stanno a casa?

2. In borsa la giornata è negativa (segno di instabilità futura?), particolarmente male i titoli di casa Berlusconi (Mediaset – 1,53; Mediolanum – 1,37) e in controtendenza Unipol, notoriamente di proprietà delle cooperative “rosse” (+ 1,47). Un segnale negativo per Berlusconi?

Le due notizie quindi si annullano, ne consegue che – nei fatti – dobbiamo tutti attendere le 15.00, anzi un po’ di più…