Blue Moon

Luglio 21, 2009

lunaCosa rimane della passeggiata di Neil Armstrong tra i crateri della Luna? Quali delle speranze aperte da quei salti senza gravità sono state realizzate e quante sono ancora lì, che fluttuano nell’aria?

La “conquista della Luna” (notare il termine militaresco) non fu in realtà un’opera di pace e solidarietà tra i popoli, ma uno dei capitoli più subdoli dell’eterna contesa tra USA e URSS, che anche a colpi di successi extraplanetari cercavano di vincere una partita tutta politica e molto poco scientifica.

E non è una novità. Quante volte le guerre (calde o fredde) sono state da spunto per la crescita delle conoscenze umane… In fondo gli specchi di Archimede non servivano per generare calore, ma per dare fuoco alle navi romane… l’archiettura medievale si è evoluta in direzione moderna per trovare il modo di resistere ai colpi di cannone della nascente artiglieria… la barbabietola da zucchero servì ad addolcire i pasti europei negli anni del napoleonico Blocco Continentale, che rendeva nei fatti proibitiva l’importazione di zucchero di canna. E questo per non parlare della I Guerra Mondiale, iniziata con le cariche di cavalleria e finita con i bombardamenti aerei o della II Guerra Mondiale, terminata nell’esplosione atomica di Hiroshima e Nagasaki, prodomo sanguinoso degli sviluppi “civili” nello sfruttamento dell’atomo.

E infatti, finita la Guerra Fredda, virtualmente finita la corsa al cosmo. Ed è un peccato che gli Stati e gli uomini diano il meglio solo quando questo serve a schiacciarsi l’uno con l’altro.

Dopo il 1969, la Luna è stata abbandonata e abbiamo smesso di andarci. E forse in fondo per lei è un bene così.


Primarie

Luglio 13, 2009

La vicenda precongressuale del PD viene spesso descritta facendo disinvolto risorso a termini attinti alla scienza psicoanalitica o – in alternativa – al mondo circense. “Psicodramma”… “pagliacciata”…eccetera, eccetera…

In realtà tutto questo dileggio è fuori luogo: le primarie sono fatte così, il loro dare spazio a tutte le candidature – anche le più bizzarre – rientra perfettamente nello spirito del meccanismo, come la tradizione americana (la sola da prendere realmente in considerazione) può dimostrare e confermare.

Nelle primarie statunitensi, infatti, i candidati al blocchi di partenza sono sempre molti, ad esempio nel 2008 sono stati 15 i nomi in lizza, 8 democratici e 7 repubblicani. E questo senza considerare terzi partiti o altre bizzarrie (dai socialisti ai partiti religiosi, dai verdi al Kkk). E il fatto che – ad esempio – nel partito democratico oltre a Barack Obama ci fossero altri 7 runner non è visto come un “dilaniamento”, ma come un’arricchimento per tutto il partito.

Da noi, invece, abituati come siamo a partiti monarchici, fatichiamo a credere che le primarie possano diventare cose serie, così se il candidato è uno solo si parla di “primarie farsa”, mentre se sono due il commento è “partitospaccato” e se sono tre o più “partito dilaniato”.

Secondo questo paramentro, il PD è “dilaniato”. In realtà non è così, ma – all’opposto – ognuna delle tre principali candidature è funzionale a un preciso modello di partito e ad una precisa piattaforma politica. Vediamo quale, ovviamente a parer mio, fallace quanti altri mai.

Franceschini nell’ambiguo. La candidatura del segretario uscente è sorretta da un gruppo ampio di dirigenti, che va da Piero Fassino a Francesco Rutelli, da Debora Serracchiani a Paola Binetti fino a Walter Veltroni. Molti, forse troppi. Troppi decisamente. Infatti, tengono dentro tutto e di tutto il suo contrario e se il peccato mortale del PD è l’indecisione, una vittoria di Franceschini sarebbe la prosecuzione di questo peccato.

Bersani nel Politburo. Pierluigi Bersani è lontano anni luce dal “partito movimento” veltroniano. Bersani è sostenuto da quella parte di partito – tipo Massimo D’Alema o Franco Marini – che crede nelle strutture rigide, organizzate, articolate, formalizzate. Il partito apparato o il partito istituzione che dir si voglia, nato da una fusione di élite, un compromesso storico “bonsai” tra quello che resta del PCI e quello che resta della DC e come prospettiva, la creazione di una forza di tipo “socialdemocratico” solo leggermente spruzzata da un pizzico di cattolicesimo sociale. Insomma, un partito del ‘900, con i suoi pregi e i suoi difetti. Un partito per certi versi acronotopico.

Il professore nell’arena. Terza ipotesi è la candidatura di Ignazio Marino. Tra tutte la più “americana”, fortemente costruita sulle “issues“, molto caratterizzata e molto dinamica. E’ la sola candidatura effettivamente di rottura, la sola – qualora vincente – capace di aprire un percorso nuovo nella politica italiana, che di novità ha tanto bisogno. Marino potrebbe costruire un partito di idee e di programma, non un partito di slogan o di apparati.

Il comico. Non credo alla candidatura di Beppe Grillo, non penso si arriverà al dunque ed è meglio così: Grillo sarebbe una deriva di tipo populista, l’ennesima risposta “antisistema” alla crisi italiana, l’ennesima scorciatoia “bonapartista” che non porta da nessuna parte. Una versione di sinistra della “delega in bianco” che il centrodestra ha dato a Berlusconi ormai oltre 15 anni fa.

Il narciso. Si candida anche Mario Adinolfi, di professione giovane blogger, pur essendo alle soglie dei 40. Non andrà da nessuna parte e non ha molto da dire, con la bocca sempre piena di “youtubefacebooktwitterpcblog“, ma il suo non molto lo dice di continuo, lo urla in comunicati stampa, si sta ammalando di uno dei morbi più caratteristici e malinconici della politica italiana: la dichiarazionite. Non c’è giorno in cui non lanci la sua piccola “ansa” su questo o quello e non trovi qualche quotidiano (cartaceo o online) che la ripeta, come se dietro di essa vi sia chissà quale struttura, chissà quale consenso o chissà quale elaborazione intellettuale.

Per il poco che conta, io sosterrò Ignazio Marino. Ma spero – e dovrebbero sperarlo tutti, compreso il centrodestra – che sia una gara vera, pulita, trasparente e risolutiva.


G1

Luglio 7, 2009

Il Guardian raccoglie e diffonde una serie di “brubru” diplomatici che vorrebbero l’espulsione dell’Italia dal G8 per inaffidabilità, vacuità e cialtroneria.  Vedremo se tale umiliazione ci sarà inflitta o risparmiata, ma una cosa sola è certa: se ciò dovesse accadere il TG1 probabilmente direbbe:

“Nuovo successo diplomatico dell’Italia. Berlusconi annuncia: daremo vita al G1″


Il sottobosco

Luglio 3, 2009

La Corte Costituzionale è stata sempre un luogo venerabile, magari trombone, ma venerabile.

Se pensiamo alle personalità che l’hanno presieduta – ad esempio – o che ne hanno fatto parte, ritroviamo i nomi più luminosi dell scienza giuridica italiana…da Aldo Sandulli a Costantino Mortati, da Vezio Crisafulli a Livio Paladin, da Enzo Cheli a Valerio Onida, passando per Gustavo Zagrebelsky. Nomi che non di rado si accoppiano a nozioni ancora viventi o addirittura a Manuali di studio, sopravvissuti alla morte dei loro autori e tuttora vitali, apprezzati e tenuti in gran conto (il “Trimarchi”…il “Paladin”…).

Da quando – invece – abbiamo in mezzo alle scatole Silvio Berlusconi e i suoi processi innumerevoli e infiniti, la qualità di parte dei giudici (quella espressa dal Parlamento) è calata. Ci sono stati ex avvocati del premier (Mezzanotte e Vaccarella, quest’ultimo legato allo studio del pregiudicato Cesare Previti) e ora c’è tal Luigi Mazzella, del quale parlano diffusamente i giornali in queste ore.

Però non si pensi che nel centro destra manchino le teste giuridicamente valide. Forza Italia ha mandato in Parlamento negli anni scorsi personaggi come Ettore Rotelli e Giorgio Rebuffa, Alleanza Nazionale aveva eletto Paolo Armaroli ma in fondo anche un grande avvocato come Alfredo Biondi o un grande costituzionalista “di area” come Giuseppe de Vergottini avrebbero fatto la loro “porca figura” tra i 15 togati della Consulta.

Ma tutti questi hanno o avevano un problema: un prestigio e una vita autonoma dal Cavaliere e dal suo tormentato e pesante passato. Quindi non avrebbero dato sufficienti garanzie perchè prima d’essere militanti di centrodestra sarebbero stati uomini di diritto e delle istituzioni.

Meglio puntare su altro, guardando nei cassonetti. Luigi Mazzella è il tipico guappo espresso dal sottobosco politico napoletano-pentapartitico. Una vita intera passata a fare da portaborse di lusso a politici socialisti di secondo piano, per i quali ha ricoperto una raffica di incarichi che non richiedevano le forche caudine del pubblico concorso e ancor meno il passaggio elettorale (nomine a commissario di questo o quell’ente, spesso inutile…capo di gabinetto di questo o quel ministro, commissioni varie…). Una serie di pubblicazioni sconosciute, inutili, scientificamente nulle o scadenti, con un “Impact Factor” scientifico coperto di neve, perchè prossimo allo zero”.

Orbene, questo Mazzella, che senza la politica sarebbe forse finito a fare l’avvocato strappalacrime degli scippatori nel Rione Sanità ha pensato bene di organizzare una cena con Silvio Berlusconi, il ministro Alfano, il presidente della commissione Giustizia del Senato Vizzini e un altro giudice costituzionale incauto quanto lui per parlare non si sa di che cosa (”è un mio diritto, ceno con chi voglio!” ha strillato ieri), ma forse anche del giudizio che la Corte Costituzionale dovrà esprimere sul famigerato “Lodo Alfano” tra poche settimane.

E’ il tipico prodotto del sottobosco, classico personaggio del potere “pappa e ciccia” lontano dalla visione nobile, alta, austera delle istituzioni. Per lui l’idea che un giudice e un imputato (il “Lodo Alfano” è – a tutti gli effetti – un “imputato” davanti alla Corte) cenino assieme è normale. Certo, fatico a immaginare Giovanni Falcone intento a mangiare una pizza con Pippo Calò in una pausa del “maxiprocesso”, ma si sa, Falcone era un bacchettone, uno zelante. Ed essere troppo zelanti, come si è visto, nuoce alla salute.

Mortati e Paladin sono morti. Ora ci è rimasto Mazzella. Che mangia, ride e poi frigna sui giornali, ancora con la bocca piena di risate, vino e libagioni.

Burp!