Referendum: un gioco a somma negativa

Aprile 27, 2009

L’attuale legge elettorale è stata definita dal suo stesso autore – il ministro Calderoli – come “una porcata”. Si tratta di una definizione totalmente errata, dato che del maiale – notoriamente – non si getta nulla, mentre di quella legge sarebbe da buttar via tutto.

Tanto per rinfrescarci la memoria, ricordiamone gli aspetti più deleteri:

  • indicazione di un candidato premier all’atto del deposito delle liste, in sospetta contraddittorietà con l’art. 92 della Costituzione, che attribuisce al Capo dello Stato il potere di nomina del presidente del Consiglio;
  • previsione di un premio di maggioranza alla coalizione più votata, da attribuirsi attraverso un farraginoso e assurdo meccanismo di sbarramenti che non sbarrano (6 diverse soglie, tra Camera e Senato!);
  • previsione di 17 diversi premi di maggioranza al Senato, dove non è stato possibile per ragioni di natura costituzionale prevedere un premio unico, cumulativo;
  • presenza di liste bloccate e assenza per l’elettore della facoltà di selezionare con il proprio voto il candidato che più gli aggrada;

I referendum, mirano a modificare alcune delle storture della legge, ma a parer mio senza riuscirvi e anzi – se possibile – addirittura peggiorando l’attuale normativa in alcuni punti. Infatti, i tre quesiti proposti dall’ineffabile duo Guzzetta & Segni non intervengono nei due aspetti in assoluto più criticabili: l’indicazione formale del candidato premier (il “Capo della Coalizione”, secondo il pessimo lessico della legge) e le liste bloccate. Mantengono cioè una impostazione di democrazia meramente “elettorale” di tipo bonapartista, assai lontana da una visione aperta dei processi politici e istituzionali. Anzi, con la previsione del premio di maggioranza ad una sola forza politica riescono addirittura ad enfatizzarla, senza intervenire per garantire e ampliare i necessari contrappesi politici e istituzionali.

E quindi la domanda diventa: che fare? Votare SI, votare NO o non votare affatto? E dall’azzardo di risposta si capisce come questa legge elettorale sia effettivamente tutta da buttare: infatti, non esiste un’opzione “vincente”, ma ci sono solamente diversi gradi di sconfitta, perché qualsiasi sarà l’esito finale, i problemi rimarranno ancora tutti sul tappeto, tali e quali, quando non addirittura aggravati.

L’ipotesi più probabile è che vinca il non voto. Il che verrebbe venduto come l’implicito consenso del corpo elettorale al mantenimento del sistema vigente. Che – come si diceva – è pessimo. Molto remota è l’ipotesi di una vittoria dei “NO”, dato che non si capisce per quale ragione i contrari ai quesiti referendari debbano scomodarsi ad uscire di casa quando per ottenere il risultato da loro sperato possono tranquillamente rimanere in poltrona in attesa che il referendum venga dichiarato nullo per mancato raggiungimento del quorum previsto

Rimane la scelta del “SI” (che sarà il mio voto, per il poco che può interessare). Presenta alti, altissimi rischi. Tra tutti quello di creare un sistema che potrebbe consegnare ad un partito di poco superiore ad 1/3 dei consensi (37.4 il PdL e 33.2 il PD, secondo i dati delle politiche 2008) circa il 55% dei seggi alla Camera, con un “jackpot” di quasi il 20%. E questo 55% (340 deputati) continuerebbe ad essere non votato dai cittadini, ma nominato dal capopartito vincente (chiunque esso sia), non di rado privilegiando il solo requisito della fedeltà personale a scapito della rappresentatività democratica, culturale, economica e territoriale che pure un parlamentare dovrebbe incarnare.

Il rischio è quindi alto, ma forse vale la pena correrlo. Infatti, se vince il SI potrebbe aprirsi un piccolo, piccolissimo spiraglio per rimettere in piedi il tavolo della riforma elettorale e si potrebbe riparlare di quel modello tra il tedesco e lo spagnolo sul quale si era intrapreso un dibattito prima del tracollo del governo Prodi. Sarebbe quello che serve per un buon passo avanti che ci avvicini alla fine del tunnel dell’infinita transizione politica e costituzionale italiana.


Porcata

Aprile 20, 2009

L’attuale legge elettorale è stata stata definita – dal suo stesso estensore, il ministro Calderoli – come una “porcata”.

Mai definizione fu meno rispondente al vero, dato che del maiale notoriamente non si butta via nulla, mentre di questa legge elettorale sarebbe da gettare via tutto!


La Casta

Aprile 17, 2009

Fino a un anno fa, mentre il governo Prodi agonizzava steso in una poltroncina del Senato, la stampa e la televisione non parlavano d’altro che della Casta, sia il libro – brillante ed opportuno – di Gian Antonio Stella, sia la patologia sociopolitica e  culturale che ci stava dietro.

Improvvisamente si scopriva che in Italia il potere politico è tracotante, barocco, corrotto, chiuso e insensibile. A metà tra Maria Antonietta che suggerisce il consumo di brioches (falso storico, ma funziona sempre) e il principe Prospero che cerca di sfuggire alla Morte Rossa semplicemente fregandosene…

Caduto il governo Prodi, ritornato sul trono Napoleone dopo pochi mesi d’esilio all’isola d’Elba, la Casta è scomparsa dai giornali e dalle tv. Nessuno parla più dei mali del potere, neppure Beppe Grillo (così loquace quando governava il centrosinistra). Eppure, qualcosa mi dice che non ci siamo improvvisamente trasformati in un pacato, corretto, responsabile e noioso paese scandinavo.

Ad esempio, questa faccenda del Referendum. Non l’ho sostenuto, non l’ho firmato e credo che non tocchi i due punti cruciali della questione elettorale (indicazione incostituzionale del premier e liste bloccate), limitandosi ad un insipido maquillage che non risolve i problemi sul tappeto. Inoltre, non sono mai stato un fanatico delle consultazioni referendarie (sono uno snob e un elitario, per quanto mi riguarda, il popolo meno vota e meglio è…). Ma sono un fanatico delle regole democratiche e queste dicono che il referendum è uno strumento a disposizione della comunità politica per sciogliere nodi e risolvere problemi che la “Casta” non considera, non capisce o ignora. Cioè, ficchiamocelo bene in testa, il referendum non è uno strumento di proprietà dei partiti, ma rappresenta un potere di controllo e intervento democratico della società.

Ora un partito politico non vuole il referendum perchè questo va contro i propri interessi. Per  non scontentare questo partito (un partito ricatto prepotente e chiassoso) si sta ipotizzando addirittura di non tenere la consultazione.

La Costituzione dice che il referendum è un diritto dei cittadini? (art. 75) la legge prevede che debba tenersi in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno e possa essere rinviato solo in caso di elezioni politiche?

Chi se ne frega. Chi se ne frega se 1.000.000 di persone ha firmato. Chi se ne frega se ci sono principi costituzionali e leggi applicative. Chi se ne frega dello Stato di diritto e del bilanciamento dei poteri. Da noi la democrazia è tollerata solo e fintanto che non ostacola i detentori del potere.

E il referendum da fastidio, quindi si butta nel cassonetto dell’umido. Perchè la Casta ha deciso così.


Chemioterapia federalista

Aprile 14, 2009

Ho letto da qualche parte che un ciclo di chemioterapia costa al servizio sanitario pubblico circa 13.000 euro in Friuli e 240.000 in Sicilia.

Sono i vantaggi del decentramento e del federalismo.