14 luglio

Luglio 14, 2008

Tutti idealizziamo la realtà, almeno di tanto in tanto, almeno su qualcosa. Io ad esempio idealizzo la Francia, paese (anzi, Nazione) alla quale voglio bene e alla quale mi sento culturalmente e idealmente legato, della quale vedo tutti i pregi e fingo di non vedere i difetti.

Per me la Francia è una specie d’Italia che funziona e che si stima. E’ un paese con un patrimonio artistico e culturale immenso, con una grande capacità di godersi la vita, con una cucina commovente, con una straordinaria tolleranza reale ma non ostentata, con un senso dello Stato e delle Istituzioni che noi deridiamo solo perchè siamo anarchici e incapaci di accettare qualsiasi limite o laccio ai nostri “porci comodi” (come testimonia, tra l’altro, il perdonismo imperante e deresponsabilizzante, che parte dal vertice dello Stato per arrivare all’ultimo dei bulletti di scuola…)

E’ un Paese verso il quale abbiamo dei debiti. Senza la Francia, non ci sarebbe stato il nostro Risorgimento (non così in fretta e non così gloriosamente, comunque): l’Austria ha perso la II Guerra d’Indipendenza sul campo di Solferino, grazie alle migliaia di morti francesi e infatti Cavour sul letto di morte continuava a chiedere se fosse arrivato da Parigi il riconoscimento del nuovo Regno. La Francia è il Paese che più ci ha sostenuto dopo il disastro di Caporetto, che ha dato ospitalità ai democratici in fuga dalla dittatura fascista e che è stato da noi ripagato con la “pugnalata alle spalle” del 10 giugno 1940, che resta uno dei momenti più squallidi e indecenti dell’intera storia della diplomazia internazionale.

E’ il Paese (e la cultura) che ha regalato al mondo lo spirito laico, l’Illuminismo, la dottrina della separazione e limitazione dei poteri. E’ il paese della Grande Rivoluzione del 1789, che malgrado tutti gli errori e tutto il sangue versato resta un momento di progresso nella Storia dell’Uomo. E’ il Paese del grande Code Civil del 1806, che riconosceva il diritto al divorzio, da noi ammesso solo 165 anni dopo…E’ il paese che nel 2004 ha approvato la “Carta costituzionale sui diritti dell’ambiente”, mentre da noi si varava l’ennesimo condono edilizio. E’ il Paese che ha dato il via a tutti gli sconvolgimenti del pianeta, dalla lotta contro l’assolutismo cattolico (i Catari) fino a quel “maggio francese” del 1968. E questo perchè è Paese vivo, pulsante, intellettualmente creativo (ha alcune delle migliori alte scuole e una diffusione degli studi filosofici che non ha eguali).

Abbiamo vinto qualche partita di calcio contro questo Paese. Qualche partita importante certo, ma solo una partita. E soffro sulla periodica retorica antifrancese di molti quotidiani anche importanti o sulle dichiarazioni di politici dell’estrema destra leghista (Calderoli ad esempio) che quando abbiamo vinto i Mondiali blaterarono sulla vittoria nei confronti di una squadra di “negri, comunisti e islamici”. Soffro perchè quella gente ci ha rappresentato e ancora ci rappresenta. Soffro perchè sono nelle condizioni di parlare perchè ci sono partiti più grandi che danno loro credito e centinania di migliaia di persone che li votano. Soffro perchè mi vergogno, mi vergogno sul serio e vorrei urlare a tutta gola che io non c’entro, che sono felice per la Coppa vinta e ormai impolverata, ma che amo anche la Francia per com’è: con il suo fois-gras, i suoi vini rossi corposi e profumati, i suoi castelli, la cura del suo paesaggio, il suo multietnismo, la sua laicità rigorosa, la preparazione della sua classe politica. E anche la sua insostenibile spocchia.

E la amo particolarmente oggi, 14 luglio. Un giorno che in Francia unisce tutti, anche i monarchici…che fingono però di celebrare il 14 luglio del 1790, non la Bastiglia, quindi, ma la Festa della Federazione che sanzionò il ritrovato accordo tra Luigi XVI e il suo popolo vitale e surriscaldato.

Diceva Thomas Jefferson che “ogni sincero democratico ha due Patrie, la propria e la Francia”. Quindi oggi un saluto e un augurio affettuoso alla mia seconda Patria…


Il Sultanato

Luglio 7, 2008

Giovanni Sartori non è solo un monumento della Scienza Politica mondiale, uno dei 3-4 studiosi di democrazia più importanti al mondo, nonché il politologo italiano più influente (presenti esclusi, si intende). Ma è anche un vecchino arguto, crudele e maligno…Durante la campagna elettorale, nel corso di una puntata di “Porta a Porta”, parlava malaccio del vecchio governo Berlusconi e il pretoriano Paolo Bonaiuti, con insolito garbo, interruppe la filippica per inserire alcune “attenuanti generiche” e mal ne incolse.

  • Bonaiuti: “Ma lei professore riconoscerà che nessun presidente del Consiglio è mai stato così tormentato dalla magistratura!”
  • Sartori: “Certo. Perchè nessuno se lo era mai così meritato!”

Questo siparietto mi è tornato in mente ieri, leggendo l’editoriale pubblicato dal bizzoso Professore sul “Corrierone”, nel quale l’attuale regime politico veniva definito come “Sultanato”. Il termine è efficace, probabilmente sarà piaciuto a molti, ma non è buttato lì a caso. Anche in quel contesto, infatti, Sartori non ha rinunciato a fare Dottrina, nel senso alto del termine, anche se temo non molti abbiano potuto cogliere la raffinatezza dell’allusione.

Il “Sultanismo” è un modello politico autoritario definito per la prima volta, almeno credo, dal sociologo tedesco Max Weber in Economia e Società [1922]. Il termine non deve confondere: non vi è alcuna allusione o limitazione a precisi contesti geografico-religiosi, ma la metafora del “Sultano” è utilizzata da Weber per definire un assetto politico e di potere fortemente “patrimonialisti”, dove la dimensione pubblica e quella privata sono fuse e inscindibili e quindi diventa impossibile capire dove termini la prima e inizi la seconda e – ovviamente – viceversa. Il centro del potere non è il Governo, il Partito o il Parlamento, ma il “clan” familiare e amicale del Sultano. E’ la vicinanza con esso, la condivisione dei suoi interessi patrimoniali e dei suoi capricci che genera potere, al di là delle formali costruzioni costituzionali e istituzionali.

Il concetto è tuttora presente nell’analisi dei sistemi autoritari. Ad esempio se ne è occupato Juan Linz, uno dei più importanti studiosi viventi del genus autoritario. In “Transizione e Consolidamento Democratico” [Il Mulino, 2000], scritto assieme ad Alfred Stepan, Linz ci ricorda che “la realtà prevalente in un regime sultanistico è che tutti gli individui, i gruppi e le istituzioni sono costantemente soggetti all’intervento dispotico e imprevedibile del sultano” [p. 87]. Il sistema sultanistico, inoltre, non ha una propria ideologia strutturata e legittimante, ma anche questa è cangiante e soggetta agli umori imprevedibili e scontrosi del Sultano: “un governante sultanistico ha la caratteristica di non avere alcuna ideologia-guida elaborata … l’ideologia non è considerata vincolante per il governante ed è rilevante solamente fintanto che sia egli stesso a impiegarla” [p. 88].

Insomma, il sistema sultanistico si caratterizza per la confusione tra patrimonio privato del Sultano e beni pubblici, per la prevalenza della “corte” sulla articolazione istituzionale dei poteri e per l’assenza di principi etico, filosofici o religiosi forti abbastanza da porre un argine al capriccio del Sultano. In quanto allo “stile” di governo, Linz descrive come caratteristica “sultanistica” l’esistenza di una leadership altamente personalistica e arbitraria, fortemente dinastica, fondata su un sistema di ricompense personali e uno staff di governo composto da membri della famiglia, amici, soci d’affari, tutti sottomessi non al corpo delle leggi, ma alla volontà personale del governante. [p. 71].

Però, Juan Linz, scrivendo di sultanismo, aveva in mente la Haiti di Duvalier, il tiranno africano Bokassa, lo Scià di Persia, la Romania di Ceaucescu o la Corea del Nord di Kim il Sung. Se un uomo attento nella scelta delle parole in maniera quasi maniacale come Giovanni Sartori ha parlato di “Sultanato” con riferimento al caso Italia, forse bisogna fermarsi un attimo a riflettere.