Coerenti

Gennaio 30, 2008

Tutti sostengono che con questa legge elettorale è assurdo andare a votare, perchè è la peggior legge dell’emisfero Occidentale. Lo dicono i politologi, i costituzionalisti, i principali direttori di giornale (italiani e stranieri), i sindacati, gli imprenditori, artigiani e commercianti, la Cei, mezzo Parlamento e chiunque di queste cose ne capisca almeno un pochino.

Lo dicevano anche Fini e Casini, pochi giorni fa. Sono due bizzarri personaggi che ogni tre parole inseriscono come quarto il termine “coerenza” (qualunque cosa voglia dire), Fini di regola con una certa sicumera (tipico atteggiamento degli insicuri, che infatti temono il dubbio più di ogni altra cosa) e Casini alzando il tono della voce e gesticolando con ambo le mani.

Forse per loro essere coerenti non significa certo non cambiare parere nell’arco di una vita intera (sarebbe immobilismo mentale) e neppure durante una stessa legislatura. Sono coerenti perchè non cambiano opinione nell’arco di una singola puntata di talk-show, ma hanno bisogno almeno di una notte di sonno per rivoluzionare di 180° la loro “coerente” posizione.

Secondo il vecchio principio che l’unica cosa stabile è il provvisorio. Contenti loro.


Verso un nuovo pareggio al Senato?

Gennaio 28, 2008

Allora, come promesso, ecco i calcoli del Senato che verrà, Porcellum alla mano…

Secondo la normativa vigente, il Senato viene eletto su base regionale (come disposto dalla Costituzione, art. 57, comma 1), il che significa che non viene previsto un computo nazionale del totale dei voti ricevuti da ogni forza politica, ma la composizione dell’Assemblea è il prodotto di 20 diverse e distinte competizioni regionali, alle quali si aggiungono i risultati delle competizioni relative ai seggi spettanti agli italiani all’estero (6 su 315).

Queste 20 diverse competizioni regionali funzionano nel modo seguente:

  • 17 competizione proporzionali con premio di maggioranza regionale pari al 55% dei seggi da assegnare alla singola regione;
  • 2 competizioni regionali su collegi maggioritari uninominali, costruiti per favorire la rappresentaza delle regioni etnicamente plurali (Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige), che eleggono complessivamente 8 seggi;
  • 1 competizione proporzionale senza premio di maggioranza, nella regione Molise, che elegge solo 2 senatori.

Pertanto, su 315 seggi elettivi, solo 299 vengono attribuiti con premio di maggioranza. Il premio di maggioranza regionale viene attribuito al partito/coalizione di partiti che ottiene anche un solo voto più della coalizione giunta seconda ed è prefissato nella misura di 55% dei seggi, eventualmente arrotondato all’unità superiore. Quindi, nel caso in cui in una regione debbano essere attribuiti complessivamente 40 seggi, il partito/coalizione vincente ne prende 22 quale che sia la percentuale complessiva di voti da esso raggiunti…

Complessivamente – quindi – nel caso in cui una coalizione fosse in grado di vincere tutte e 17 le competizioni regionali potrebbe conquistare 165 seggi e se tale trionfo dovesse estendersi anche alle 3 regioni senza premio di maggioranza e alla circoscrizione estero, allora il dato più alto raggiungibile sarebbe di 180, contro i 135 complessivamente spettanti alla coalizione giunta seconda. Non male, ma impensabile.

Impensabile perchè la distribuzione dei voti è molto variabile da regione a regione e vi sono – per semplificare le cose – regioni nelle quali il centrodestra vince qualsiasi cosa accada (Veneto, Lombardia), regioni nelle quali il centrosinistra vince cascasse il Mondo (Toscana, Emilia Romagna) e regioni ballerine, che possono spostarsi ora di qua, ora di la. Quindi il dato di 180 seggi va ritoccato verso il basso ed io l’ho fatto secondo il seguente criterio:

  1. attribuzione al centrodestra di tutte le regioni storicamente ad esso affini (56 seggi per il CD);
  2. attribuzione al centrosinistra di tutte le regioni “rosse” (32 seggi);
  3. attribuzione al centrodestra di tutte le regioni vinte nel 2006, nonchè di quelle conquistate nel 2006 dal centrosinistra con uno scarto di voti inferiore al 10% (dal momento che si ipotizza un netto calo dei partiti dell’ex Unione, ma non un tracollo sotto i livelli storici minimi consolidati). Questo dato aggiunge ulteriori 46 seggi al centrodestra;
  4. attribuzione al centrosinistra di tutte le regioni vinte con un distacco superiore a 10 punti nel 2006 e – in aggiunta – della regione Lazio (nel 2006 vinta dal centrodestra per uno scarto inferiore all’1%), nella convinzione che l’ipotesi di una candidatura a premier di Walter Veltroni (sindaco di Roma), favorirebbe un’aggregazione di tipo localistico attorno alle forze di centrosinistra. Quindi, ulteriori 25 seggi da attribuire al centrosinistra;
  5. distribuzione dei seggi minoritari, che aggiungono ulteriori 39 seggi al centrodestra e 75 al centrosinistra.

Il dato parziale – dunque – è di 141 seggi al centrodestra e 132 al centrosinistra. Restano da attribuire 6 seggi nelle circoscrizioni estero e 36 nelle regione “ballerine”, cioè in quelle in cui il risultato elettorale appare più aperto.

I 6 seggi della circoscrizione estero sono stati assegnati nel 2006 4 all’Unione, 1 al centrodestra e 1 indipendente. I cittadini che votano nella circoscrizione estero sono persone per lo più distanti dalla quotidianità dell’Italia, patria ideale lontana spesso non visitata da anni, se non addirittura mai nella vita, verso la quale hanno un legame di tipo culturale, sentimentale e associazionistico, ma anche una lontananza dalle quotidiane fibrillazioni e fluttuazioni della realtà italiana.

E’ quindi un voto più rigido, meno sensibile alle oscillazioni e agli umori di chi in Italia vive e lavora, spesso articolato e strutturato ad opera delle associazioni di emigrati, che nei fatti gestiscono e drenano il consenso dei pochi cittadini di origine italiana che si recano al voto dando vita a potentati personali che – a parer mio – sono più impermeabili ai cambi di orientamento politico e ideologico. Quindi sono portato a ritenere che il rapporto tra centrosinistra e centrodestra resti confermato: 4 al centrosinistra e 2 al centrodestra.

Quindi, siamo 143 per il centrodestra, 136 per il centrosinistra. E veniamo ai 36 seggi in palio nelle regioni incerte. Che sono 5: Liguria, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna. Ipotizzando un cappotto del centrodestra (cosa difficile) questo vorrebbe dire aggiungere altri 20 seggi alla coalizione di Berlusconi, ipotizzando un cappotto del centrosinistra (assurdo), questo porterebbe i 20 seggi a Veltroni, più credibilmente – potrebbe finire 50 e 50…con il centrosinistra vincente in Liguria e Sardegna, perdente in Abruzzo e Calabria, pari (1 a 1) in Molise.

Il mio conto totale darebbe pertanto i seguenti risultati:

  • centrodestra 161 seggi
  • centrosinistra 154 seggi
  • 7 senatori a vita: due (Andreotti e Pininfarina) con il centrodestra e 5 con il centrosinistra.

Conto finale:

  • centrodestra 163
  • centrosinistra 160

Annotazione sull’Udeur. Si tratta di un partito che ha un seguito elettorale minimo (480.000 voti nazionali) e solo in Campania riesce a raggiungere una percentuale di voti non trascurabile (5%). Ma questo dato non cambia i rapporti di forza tra le coalizioni, dato che anche nel 2006 la Campania venne attribuita al centrodestra e quindi il cambiamento di campo di Clemente Mastella, almeno sul piano numerico, non sposterebbe seggi tra le coalizioni.

Questi i conti. Magari sbaglio o magari no.


La candela

Gennaio 27, 2008

Non so se fosse vero…ma certo era verosimile.

candela.jpgIl signor Baldo era un baldo 60enne che lavorava il nostro orto, quando abitavamo ancora ad Udine…abitava vicino a noi, arrivava di mattina presto, toglieva la maglietta ostentando un corpaccione da ex falegname che non rivelava certo l’età anagrafica e iniziava a vangare con lena.

Il signor Baldo aveva un umorismo perfido e un animo sensibile. Ricordo che nell’orto era capitata – non si sa da dove – una grossa tartaruga (chissà se oggi in città esistono ancora le tartarughe…alle volte mi pare d’avere 100 anni), che Baldo aveva battezzato Luigina perchè – a parer suo – aveva lo stesso sguardo e la stessa lestezza della sua prima fidanzata, che portava appunto quel nome. Amava battute del genere ed io – che allora ero un bambino – non essendo ancora abituato all’umorismo sottile capivo che bisognava ridere, perchè lui rideva per primo.

Il signor Baldo aveva fatto la guerra, come quasi tutti i suoi coetanei di allora. E la guerra lo aveva segnato in modo indelebile…Un giorno andai a trovarlo a casa sua e – mentre sua moglie preparava il te con i biscotti – mi fermai a osservare una vetrinetta nell’angolo del salotto.

Nella vetrinetta, come reliquie, c’erano una serie di oggetti assai bizzarri: gavettine, pezzi di corda, lo scheletro di un proiettile tracciante, una cartucciera, cose così insomma. E poi una candela.

Il signor Baldo la prese in mano, con delicatezza estrema, come fosse di cristallo. Me la porse e io la osservai da vicino.

Aveva una consistenza diversa dalle candele solite, come fosse più unta…un odore leggero, indefinibile…un colore a metà tra il verde militare e il color sabbia. Era una candela che faceva un po’ paura, non tanto per l’oggetto in se, quanto per il grande rispetto che il signor Baldo ci metteva nel maneggiarla e che faceva di lei la regina indiscussa della vetrinetta.

Il signor Baldo, sottovoce e senza l’abituale tono ironico, mi disse che quella candela una volta era una persona, una persona che dei soldati particolarmente cattivi avevano trasformato con un sortilegio in candela per punirla, dato che aveva la colpa di pregare Dio in un modo un po’ diverso dagli altri. Ma il signor Baldo si diceva convinto che tutti potessero pregare Dio nel modo che preferivano, purchè lo facessero con onestà e senza dare fastidio agli altri. E che quindi lui conservava quella candela dentro la vetrinetta, senza mai accenderla, perchè era un modo per non eliminare del tutto quella persona, ma per averla ancora qui con noi.

Il signor Baldo amava gli scherzi. Ma sono sempre stato convinto che quel pomeriggio, mentre aspettavamo il te, lui non stesse scherzando affatto. E nel Giorno della Memoria mi è sembrato giusto condividere questo ricordo lontano.


Il Senato che verrà…

Gennaio 26, 2008

Ho fatto i calcoli, legge elettorale alla mano…

Sic stantibus rebus, al Senato se si votasse oggi, secondo l’attuale normativa, saremmo 143 al Centrodestra, 136 al Centrosinistra, 7 senatori a vita da aggiungere (che presumibilmente porterebbero il dato 145 a 141) e 36 da assegnare.

Insomma, il caos continua…lunedì spiego come ho fatto i calcoli, che oggi sono di fretta.


Lo sconfitto

Gennaio 25, 2008

fini2.jpg

Bisogna anche andare oltre le apparenze. Ieri è stata una cattiva giornata pure per lui.

E’ l’eterno secondo, il “primo duca” del Regno di Berlusconia, ma non ha sangue reale e non diventerà mai re…Infatti, sono anni che ci prova a ritagliarsi un ruolo di leader della destra, sul modello di Aznar in Spagna, ma non c’è nulla da fare, gli vanno tutte storte.

Aveva provato nel 1995, con la nascita di AN e la fine dei legami ideologici e simbolici con il Fascismo. Ma ora si trova costretto a fare una alleanza politica ed elettorale con partiti che non solo criticano quella svolta, ma ne contestano gli aspetti più simbolici (come il mea culpa a Gerusalemme, mai digerito da Francesco Storace), le radici ideali e ideologiche (la Mussolini, tanto legata al ricordo del tenero nonno) e – addirittura – giungono a negare l’Olocausto (come il segretario della Fiamma Tricolore, Luca Romagnoli).

Ci aveva riprovato nel 1997, sostenendo il progetto di riforma costituzionale elaborato dalla Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Ci teneva, perchè una nuova Costituzione era il modo per uscire – anche simbolicamente – dall’isolamento culturale ed entrare nell’arco costituzionale, contribuendo a creare nuovi equilibri istituzionali, capaci di sostituire quelli del 1948, nati in funzione antifascista. Ed è andata buca, perchè al momento del dunque Berlusconi si è sfilato e lui – alla Camera – è stato costretto a dire “non sono d’accordo, ma mi adeguo”.

Nuovo tentativo nel 1999. Alle elezioni europee da vita a una alleanza con Mario Segni (l’Elefantino) puntando su quella e sul referendum elettorale per giungere ad un grande partito del centrodestra dove lui, grazie a un maggiore radicamento territoriale e ad una maggiore consuetudine con le ritualità partitiche, avrebbe potuto puntare a un rapporto alla pari con Berlusconi. La sconfitta al referendum (18 aprile 1999) e – successivamente – alle elezioni europee (appena il 10,3%, circa 1/3 dei voti in meno rispetto alla competizione precedente), seppelliscono senza pietà quel progetto.

I cinque anni di presenza ininterrotta nel governo Berlusconi (2001-2006) non fruttano nulla dal punto di vista elettorale e accrescono il suo senso di insofferenza. Durante quel quinquennio Fini da vita con Casini ad un asse privilegiato dentro la coalizione di governo, per stoppare quello – ben più saldo – che lega Berlusconi alla Lega. Senza riuscirvi.

Infine veniamo ai giorni nostri. Fini sperava di impiegare i cinque anni di legislatura ulivista per diventare l’alternativa alla monarchia assoluta di Berlusconi, contando anche sul fattore anagrafico (trascurando il fatto che Berlusconi – per sua natura – è immortale). Da qui il fastidio per il “PdP” (Partito del Predellino), fondato da Berlusconi in un moto d’istinto, per uscire dall’isolamento post-finanziaria (due mesi fa, sembrano due secoli…). Sperava di essere il candidato premier della destra nel 2011 e invece ha visto nitido il rischio del ritorno in fondo al pozzo, schiacciato dal possibile abbraccio mortale tra Forza Italia e Partito Democratico…da qui tutto il suo agitarsi senza una vera direzione, senza un vero senso compiuto.

Fino a ieri. Chiedere a gran voce “elezioni subito” con “Berlusconi premier“…e lui, ancora, come al solito, due passi indietro, come il principe Filippo con la regina Elisabetta.

Perchè il loro è – a tutti gli effetti – un matrimonio senza amore, dove il coniuge più debole (Fini) compie costantemente la sciocchezza più grande: quella di flirtare di continuo, senza mai tradire veramente.


Nell’Arena

Gennaio 24, 2008

gladiatore.jpg

Dieci minuti ancora e poi saranno tutti nell’Arena…Gladiatori, senatori, bestie feroci e poveri Cristi.

Forse non è questa la soluzione politicamente più raffinata (anche se – sulla carta – la più costituzionale), ma ormai così è, pertanto, se dev’esserci battaglia, che battaglia sia: chiara, decisa, all’ultimo voto…

Perchè della politica italiana si potrà dire che è meschina, autoreferenziale, castale.

Ma mai prevedibile.


Lo scioglimento del Senato

Gennaio 23, 2008

Non è mai una cosa chic dire “lo avevo detto”…ma “lo avevo detto” e quindi ripubblico pari pari un post dello scorso 2 novembre (giorno dei morti, pensa un po’)…

Il bizzarro meccanismo con il quale si è votato alle elezioni politiche del 2006 ha partorito una situazione ambigua: alla Camera dei Deputati, con 25.000 voti di vantaggio il centrosinistra si è visto assegnare un ampio premio di maggioranza, mentre al Senato – anche a causa anche dell’assurdo giochino dei premi regionali – la coalizione di Romano Prodi è riuscita ad ottenere solo 159 seggi elettivi, contro i 156 del centrodestra. Appena 3 seggi di vantaggio, scesi a 2 con l’elezione a presidente di Franco Marini (il presidente non vota e quindi è un seggio perso). Scesi poi a 1 con l’abbandono del senatore De Gregorio e ritornati a 2 con l’arrivo di Marco Follini.

Si può governare anche con un solo voto di margine, ovviamente. Anzi, un governo può reggersi e operare pure in lieve svantaggio numerico, qualora i regolamenti parlamentari siano di aiuto e la coalizione che lo sostiene sia coesa. E’ quanto sta accadendo da un triennio in Spagna, dove il governo Zapatero ha una base parlamentare di appena il 48% dei seggi, ma trattandosi di un monocolore e potendo operare in un quadro istituzionale volto a garantire la stabilità degli esecutivi, a quel governo è consentito di portare avanti pienamente il proprio programma elettorale.

Nel nostro sistema mancano queste due caratteristiche e ciò è evidente soprattutto al Senato. Infatti, alla Camera dei Deputati la maggioranza è salda quanto basta per poter governare: l’Unione ha 348 deputati su 630, 200 dei quali iscritti al gruppo del PD, mentre tutti gli altri 7-8 partiti hanno un pacchetto di seggi inferiore a 20, con la sola eccezione di RC che ne ha 40. Questo significa che il gioco delle minacce e dei ricatti che tanto successo riscuote al Senato, alla Camera non è possibile, aspetto che da solo spiega la tranquilla normalità con la quale il governo affronta l’aula di Montecitorio. Il problema è quindi Palazzo Madama, dove basta un gruppetto di 3 senatori per mettere il governo in minoranza e far intravedere lo spettro della crisi.

Se tutti sono indispensabili, allora tutti possono disporre di diritto di veto e di ricatto, per ora sulla base di micro-schieramenti politici, ma in futuro anche articolandosi in cordate territoriali, professionali o lobbystiche. Il tutto tra ricatti, minacce e insulti che non solo mettono a rischio la vita del governo, ma minano alle fondamenta la stessa credibilità e prestigio del Senato, a danno delle istituzioni nel loro complesso. Da più parti, di fronte a tale situazione, si invocano le elezioni anticipate, subito, magari domani mattina, tornando all’instabilità che ha caratterizzato 25 anni di politica italiana, con 7 scioglimenti anticipati (su 8 legislature) tra il 1972 e il 1996. Ma le democrazie entrano in crisi anche per troppi ricorsi alle urne, come molta storia europea della prima metà del ‘900 può testimoniare, se al voto non segue la risoluzione dei problemi che lo hanno reso necessario. E nel nostro caso, andremmo a votare non solo con le stesse regole del 2006, ma anche con le stesse coalizioni.

Nella storia repubblicana, alle elezioni anticipate ci si è andati quando la maggioranza di governo si sfaldava e non era più possibile ricomporla o costruirne una diversa. E quando questo accadeva, rendeva ingovernabili entrambi i rami del Parlamento, situazione che oggi si presenta solo in una delle due Camere. A questo proposito, stupisce che non sia stata presa ancora in considerazione la via maestra prevista dalla nostra Costituzione all’articolo 88, che al primo comma prevede che “il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse“. La soluzione corretta dal punto di vista costituzionale, quindi, sarebbe sciogliere il solo Senato, vale a dire il ramo del Parlamento che non funziona come dovrebbe.

Lo scioglimento anticipato del Senato si è avuto per ragioni tecniche nel 1953 e nel 1958 mentre in questo caso si tratterebbe di uno scioglimento più politico, una presa d’atto che il voto del 2006 ha creato una situazione divergente alla quale è necessario porre rimedio operando su quella parte del sistema che non appare in grado di operare correttamente. Parte che – dettaglio di assoluta rilevanza – è anche quella formalmente meno rappresentativa, considerato che il corpo elettorale del Senato non comprende gli elettori in fascia di età tra i 18 e i 25 anni, che sono circa 3.000.000.

Certo, un nuovo voto al Senato non necessariamente produrrebbe una maggioranza stabile e coerente con quella alla Camera, ma allora sarebbe assolutamente lampante che il problema risiede tutto nelle regole e la camera neoeletta sarebbe certo più disponibile a mettere mano ad un processo di riforme istituzionali ed elettorali, se non altro per non rischiare lo scioglimento appena insediata.

Ovviamente, si può sottolineare come una decisione nei fatti unilaterale del presidente della Repubblica volta a sciogliere il solo Senato sarebbe fortemente contestata da chi vuole le elezioni subito. Ma io resto convinto che una situazione così delicata vada affrontata tenendo presente l’interesse complessivo del sistema democratico, a prescindere dalle smanie di breve periodo di questo o quel capopartito.

Il destino delle istituzioni è cosa troppo seria per essere giocato ai dadi, sperando che escano quelli giusti. Soprattutto quando i dadi sono truccati.


Sopravvivenza

Gennaio 22, 2008

cavour.jpgDilemma del giorno.

La politica italiana è riuscita a sopravvivere al trauma dell’improvvisa, drammatica uscita di scena del Conte di Cavour.

Sopravviverà alla scomparsa politica dell’on. Mastella?


1 su 4

Gennaio 21, 2008

betty.jpg Verso la fine dello splendido film “The Queen“, superpremiato e superlodato un paio d’anni fa, Regina passeggiando con il Primo Ministro Blair si sofferma a rievocare le ore cruciali seguite alla morte della principessa Diana. Un dato in particolare sembra averla ferita: 1 inglese su 4 aveva perso fiducia nella Monarchia e nella sua capacità di guidare e rappresentare il Paese.

  • “Dunque, 1 su 4 voleva liberarsi di me? non sono mai stata tanto detestata come in quel momento…”
  • “Si, Maestà…ma solo per una mezz’ora, poi è rientrato tutto”, la risposta imbarazzata di Tony Blair.

Sul Corriere della Sera (e su molti altri giornali), si riporta il dato (a mio avviso drammatico) del livello di fiducia nelle istituzioni repubblicane e nelle realtà para-istituzionali (sindacati, Chiesa…). Beh…le cose vanno male, molto male: meno di 1 italiano su 5 ha fiducia nel Parlamento, vale a dire il massimo organo democratico del Paese. La Regina perdeva il sonno perchè aveva il consenso di solo 3 inglesi su 4…

Si può iniziare a preoccuparsi?


Solitudine

Gennaio 19, 2008

coppola.JPGIn quale altro Paese dell’emisfero Occidentale un politico di primo piano, condannato da un tribunale dopo un pubblico processo a 5 anni di reclusione, interdizione legale e interdizione perpetua dai pubblici uffici si dichiarerebbe “soddisfatto” e canterebbe vittoria?

Vi prego, qualcuno mi indichi un altro Paese così, affinchè io mi senta meno solo…