Vassallum

Novembre 27, 2007

Ieri sera ho letto e riletto la proposta di legge elettorale di Salvatore Vassallo, politologo dell’Università di Bologna. Non mi sembra troppo male, anzi…ci sono elementi interessanti e alcuni oggettivi passi avanti…ci tornerò su tra qualche giorno, voglio metabolizzarla per bene, prima.


Sul referendum

Novembre 23, 2007

Non sono un sostenitore del referendum elettorale proposto da molti, illustri esperti e cerco di argomentare le ragioni della mia contrarietà e – quindi – del mio probabile “NO” in caso di un voto.

Intendiamoci, non sono favorevole all’attuale normativa. La legge vigente è ributtante e ne riassumo qui per punti le storture più evidenti:

  1. indicazione di un candidato premier all’atto del deposito delle liste, in palese contraddittorietà con l’art. 92 della Costituzione, che attribuisce al Capo dello Stato il potere di nomina del presidente del Consiglio;
  2. previsione di un premio di maggioranza alla coalizione più votata, da attribuirsi praticamente a tutti attraverso un farraginoso e assurdo meccanismo di sbarramenti che non sbarrano (6 diverse soglie, tra Camera e Senato…e alla fine ci sono rappresentati partiti con l’1,1% dei voti!);
  3. previsione di 17 diversi premi di maggioranza al Senato, dove non è stato possibile per ragioni di natura costituzionale (il Senato è eletto a base regionale, come da art. 57) prevedere un premio unico, cumulativo;
  4. presenza di liste bloccate e assenza per l’elettore della facoltà di selezionare con il proprio voto il candidato che più gli aggrada;
  5. criterio di ripartizione superproporzionalista, pensato per moltiplicare i partiti più che per ridurli.

I tre quesiti referendari, mirano a modificare alcune delle storture della legge, ma a parer mio senza riuscirvi e anzi – se possibile – addirittura peggiorando l’attuale normativa in alcuni punti.

Il primo quesito, infatti, si propone di attribuire il premio di maggioranza (55% dei seggi) non a ogni singolo partito coalizzato come avviene ora, bensì al partito più votato, al fine di porre un freno alla proliferazione dei partiti e dei micropartiti; il secondo quesito cerca di omologare le norme per Camera e Senato, prevedendo un premio di maggioranza unico al partito più votato invece degli attuali 17 premi alle coalizioni, mentre il terzo quesito abrogherebbe la possibilità di candidature multiple in più circoscrizioni.

Ammetto che vi siano elementi positivi in tutti e tre i quesiti, ma non abbastanza da farmi mettere la croce sul SI e spiego il perchè:

  1. Non mi convince il mantenimento dell’indicazione del “candidato premier” che continuo a considerare non costituzionale;
  2. non mi convince il mantenimento della lista bloccata, che continuo a trovare il più grave vulnus democratico dell’attuale normativa, che ha fatto si che nessuno dei 945 parlamentari eletti possa sostenere di avere avuto anche un solo proprio voto individuale…sono tutti nominati, come in URSS;
  3. non mi convince l’attribuzione del premio di maggioranza alla lista più votata che comporterebbe o un premio eccessivamene vistoso a un partito del 25-30% (FI o PD) e quindi, direi “troppa grazia”…oppure la creazione di un listone unitario composto da tutti e il contrario di tutti, che non farebbe altro che riproporre le baruffe tra le varie “anime” (eufemismo) delle coalizioni in sede di definizione dei posti di lista bloccata, perpetuando nei fatti la moltiplicazione dei partiti invece di attenuarla;
  4. considero non costituzionale il quesito per il Senato. E pure non opportuno, dato che potrebbero verificarsi una maggioranza alla Camera (partito più votato FI) e una – divergente – al Senato (partito più votato PD) e quindi, senza una contestuale riforma delle funzioni delle due Camere avremmo la certezza del collasso politico e costituzionale del sistema.
  5. Il III quesito mi va bene…

Insomma, riconosco la buonafede, ma la buonafede da sola non è sufficiente a farmi uscire di casa per dare un voto positivo a una legge che ci porterebbe solo Dio sa dove… Ho tralasciato l’argomento vagamente ricattatorio che “il referendum fa schifo ma è uno stimolo a legiferare”. E’ un principio che non mi convince tanto, perchè io sono portato a rispondere ad una domanda alla volta. E oggi la domanda è “condividi il referendum?” No.


Un consiglio

Novembre 20, 2007

Un consiglio, spassionato e non richiesto a Michela Brambilla. Per piacere, lo dico cuore in mano, la smetta di usare continuamente la locuzione “piuttosto che” in chiave elencativa. E’ un avversativo!


Prossima volta

Novembre 16, 2007

La principale vittima dell’approvazione della Finanziaria al Senato potrebbe essere – alla fin fine – Silvio Berlusconi. Aveva puntato tutto sulla caduta del governo, ovviamente per andare al voto a primavera, con questo sistema elettorale, con queste coalizioni, con questi sondaggi a lui favorevoli e con lui indiscusso candidato premier del centrodestra.

Strategia sbagliata. Sarà per la prossima volta.


800 euro

Novembre 13, 2007

Il governo Prodi è andato sotto sulla Finanziaria. Non è certo la “spallata” di cui si parla da giorni e giorni ma la semplice approvazione di un emendamento proposto da un senatore di AN, volto ad aumentare l’assegno dei dottorandi di ricerca, fermo da un bel po’ a quota 800 euro.

Spero nessuno ne faccia un dramma. Dopotutto i dottori di ricerca sono pochini nel nostro Paese e non sarà un gran problema trovare adeguata copertura finanziaria per tutto ciò.

Magari sarà sufficiente chiudere un’altra Comunità Montana.


Una via d’uscita costituzionale

Novembre 7, 2007

Il bizzarro meccanismo con il quale si è votato alle elezioni politiche del 2006 ha partorito una situazione ambigua: alla Camera dei Deputati, con 25.000 voti di vantaggio il centrosinistra si è visto assegnare un ampio premio di maggioranza, mentre al Senato – anche a causa anche dell’assurdo giochino dei premi regionali – la coalizione di Romano Prodi è riuscita ad ottenere solo 159 seggi elettivi, contro i 156 del centrodestra. Appena 3 seggi di vantaggio, scesi a 2 con l’elezione a presidente di Franco Marini (il presidente non vota e quindi è un seggio perso). Scesi poi a 1 con l’abbandono del senatore De Gregorio e ritornati a 2 con l’arrivo di Marco Follini.

Si può governare anche con un solo voto di margine, ovviamente. Anzi, un governo può reggersi e operare pure in lieve svantaggio numerico, qualora i regolamenti parlamentari siano di aiuto e la coalizione che lo sostiene sia coesa. E’ quanto sta accadendo da un triennio in Spagna, dove il governo Zapatero ha una base parlamentare di appena il 48% dei seggi, ma trattandosi di un monocolore e potendo operare in un quadro istituzionale volto a garantire la stabilità degli esecutivi, a quel governo è consentito di portare avanti pienamente il proprio programma elettorale.

Nel nostro sistema mancano queste due caratteristiche e ciò è evidente soprattutto al Senato. Infatti, alla Camera dei Deputati la maggioranza è salda quanto basta per poter governare: l’Unione ha 348 deputati su 630, 200 dei quali iscritti al gruppo del PD, mentre tutti gli altri 7-8 partiti hanno un pacchetto di seggi inferiore a 20, con la sola eccezione di RC che ne ha 40. Questo significa che il gioco delle minacce e dei ricatti che tanto successo riscuote al Senato, alla Camera non è possibile, aspetto che da solo spiega la tranquilla normalità con la quale il governo affronta l’aula di Montecitorio. Il problema è quindi Palazzo Madama, dove basta un gruppetto di 3 senatori per mettere il governo in minoranza e far intravedere lo spettro della crisi.

Se tutti sono indispensabili, allora tutti possono disporre di diritto di veto e di ricatto, per ora sulla base di micro-schieramenti politici, ma in futuro anche articolandosi in cordate territoriali, professionali o lobbystiche. Il tutto tra ricatti, minacce e insulti che non solo mettono a rischio la vita del governo, ma minano alle fondamenta la stessa credibilità e prestigio del Senato, a danno delle istituzioni nel loro complesso. Da più parti, di fronte a tale situazione, si invocano le elezioni anticipate, subito, magari domani mattina, tornando all’instabilità che ha caratterizzato 25 anni di politica italiana, con 7 scioglimenti anticipati (su 8 legislature) tra il 1972 e il 1996. Ma le democrazie entrano in crisi anche per troppi ricorsi alle urne, come molta storia europea della prima metà del ‘900 può testimoniare, se al voto non segue la risoluzione dei problemi che lo hanno reso necessario. E nel nostro caso, andremmo a votare non solo con le stesse regole del 2006, ma anche con le stesse coalizioni.

Nella storia repubblicana, alle elezioni anticipate ci si è andati quando la maggioranza di governo si sfaldava e non era più possibile ricomporla o costruirne una diversa. E quando questo accadeva, rendeva ingovernabili entrambi i rami del Parlamento, situazione che oggi si presenta solo in una delle due Camere. A questo proposito, stupisce che non sia stata presa ancora in considerazione la via maestra prevista dalla nostra Costituzione all’articolo 88, che al primo comma prevede che “il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse“. La soluzione corretta dal punto di vista costituzionale, quindi, sarebbe sciogliere il solo Senato, vale a dire il ramo del Parlamento che non funziona come dovrebbe.

Lo scioglimento anticipato del Senato si è avuto per ragioni tecniche nel 1953 e nel 1958 mentre in questo caso si tratterebbe di uno scioglimento più politico, una presa d’atto che il voto del 2006 ha creato una situazione divergente alla quale è necessario porre rimedio operando su quella parte del sistema che non appare in grado di operare correttamente. Parte che – dettaglio di assoluta rilevanza – è anche quella formalmente meno rappresentativa, considerato che il corpo elettorale del Senato non comprende gli elettori in fascia di età tra i 18 e i 25 anni, che sono circa 3.000.000.

Certo, un nuovo voto al Senato non necessariamente produrrebbe una maggioranza stabile e coerente con quella alla Camera, ma allora sarebbe assolutamente lampante che il problema risiede tutto nelle regole e la camera neoeletta sarebbe certo più disponibile a mettere mano ad un processo di riforme istituzionali ed elettorali, se non altro per non rischiare lo scioglimento appena insediata.

Ovviamente, si può sottolineare come una decisione nei fatti unilaterale del presidente della Repubblica volta a sciogliere il solo Senato sarebbe fortemente contestata da chi vuole le elezioni subito. Ma io resto convinto che una situazione così delicata vada affrontata tenendo presente l’interesse complessivo del sistema democratico, a prescindere dalle smanie di breve periodo di questo o quel capopartito.

Il destino delle istituzioni è cosa troppo seria per essere giocato ai dadi, sperando che escano quelli giusti. Soprattutto quando i dadi sono truccati.


Il feticcio

Novembre 5, 2007

Leggo nella newsletter che mi invia settimanalmente la rivista “Aprile” il testo dell’appello che il presidente del Consiglio Provinciale di Roma Adriano Labbucci, con fare alquanto accorato, invia agli uomini e alle donne della sinistra. Il presidente Labbucci propone che nell’imminente convocazione degli “Stati Generali della Sinistra” si discuta dell’immediata attuazione di un soggetto politico unitario multiculturale e pluralista, attraverso un processo politico formativo che porti alla creazione di una Costituente capace di rappresentare quanto sta a sinistra del PD.

Fin qui, una rispettabilissima posizione politica e anche – direi – un utile contributo per giungere ad una semplificazione dell’offerta partitica, sempre più necessaria, ma mi vengono in mente due altre riflessioni, una di metodo e una di merito.

Cominciando dal metodo. E’ tanto tempo che sento parlare, con andamento carsico, di questi “Stati Generali” ma giuro che non ho idea di cosa siano, malgrado abbia una certa dimestichezza con il lessico e le vicende della sinistra italiana. So però cos’erano nella Francia dell’Ancien Regime: la riunione convocata dal Re degli esponenti dei tre “stati” nei quali era divisa la società francese: aristocrazia, clero e popolo (borghesia, in realtà). Spero di riuscire a individuare correttamente chi siano nel contesto della sinistra italiana i nobili, il clero e – soprattutto – chi sia il re che convoca tutta questa gente. Vedremo.

E poi nel merito. Se ho capito bene quanto propone il presidente Labbucci (ma non solo Labbucci) sarebbe necessario procedere alla costituzione di un soggetto politico capace di raccogliere (raccattare?) tutto quanto sta a sinistra del PD. Cioè, come al solito, la logica coalizionale costruita non “per qualcosa” ma “contro qualcuno”. Si chiami Prodi, Berlusconi o Veltroni poco importa.

E’ l’eterno feticcio dell’unità a sinistra, intesa come valore etico superiore, a prescindere dalle differenze politiche e programmatiche. Un feticcio irrealizzabile e inafferrabile, del quale si parla dalla scissione del 1921 e che – ne son sicuro o quasi sicuro – non si realizzerà neppure mai. E se i fatti dovessero darmi torto, allora sarebbe un male un po’ per tutti, non solo per la sinistra, convinto come sono che una “Bad Godesberg” vera e propria da noi non ci sia ancora stata e sa il cielo di quanto ce ne sarebbe bisogno!