Le tasse. A dissenting opinion.

Ottobre 31, 2007

Pagare le tasse – è cosa arcinota – non piace a nessuno. Ricevere servizi più o meno gratuiti di buona qualità, invece, piace a tutti.

Partendo da questa riflessione straordinariamente banale, aggiungo alcuni piccoli, elementi conoscitivi:

  1. Passata Torino e varcate le Alpi si entra in Francia. Trattasi di una nazione vasta, densamente popolata, ricchissima di storia e di un notevole rilievo politico ed economico.
  2. La Francia – come ho constatato di persona varie volte e in zone molto diverse tra loro – è un paese assolutamente vivibile e molto, ma molto più a buon mercato dell’Italia.
  3. La Francia ha un sistema di welfare universalistico e uno Stato tradizionalmente considerato efficiente e presente, per taluni persino troppo.
  4. In Francia, come da uno studio della Confindustria del 2006 esiste una pressione fiscale elevata, assai più di quella italiana (quasi 5 punti di differenza nel 2006).
  5. Nonostante questo (e considerato anche che esiste per il lavoratore francese la possibilità di scegliere il contratto con le 35 ore settimanali), gli stipendi medi francesi sono circa il 25% più alti dei nostri, come da dati riportati ieri sera durante la trasmissione Ballarò e non contestati ne dai politici, ne dai rappresentanti confindustriali ospiti in studio.

Dunque, ricapitolando. In Francia pur con una pressione fiscale più elevata rispetto all’Italia, il costo della vita è mediamente più basso, gli stipendi sono più alti e chi vuole lavora pure meno. Com’è possibile? dove sta il trucco? Allora non è vero che per avere più soldi bisogna per forza diventare come i cinesi, senza diritti sindacali, senza tutele e con orari assurdi e flessibili, come vorrebbe parte della Confindustria?

Perchè sento che qualcosa non torna e qualcuno non me la conta giusta?


Election Day

Ottobre 22, 2007

E’ il gioco del giorno…quando verrà affossato il povero governo Prodi e il nostro sovraeccitato Paese verrà chiamato al voto? Non si sa, è un fitto enigma nascosto in un mistero, ma per dipanare l’orrida matassa, cerchiamo di capire il gioco delle convenienze, partendo da alcuni dati di fatto.

1. Il governo Prodi è in carica, dopo avere vinto le elezioni politiche del 2006 con circa 25.000 voti di vantaggio sul centrodestra e conquistando 159 senatori elettivi su 156;

2. il governo Prodi versa in una profonda crisi di efficienza decisionale. Fatica a stare in piedi, logorato com’è dal gioco dei veti incrociati da parte delle molte fazioni che lo “sorreggono” (8-10), ciascuna con una forza sufficiente per rovesciarlo al Senato;

3. tale situazione di blocco è attribuita in modo quasi unanime ad una legge elettorale demenziale, che ha moltiplicato i partiti presenti in Parlamento ed è nota la ritrosia del Presidente della Repubblica nei confronti di una competizione elettorale con il “porcellum” ancora in piena efficienza;

4. mentre il governo boccheggia si avvicina a grandi passi la primavera del 2008, quando saremo (forse) chiamati ad un referendum, che grazie ad una scaltra opera di “taglia e cuci” confezionerà una nuova legge elettorale (il guzzettallum?) che attribuirebbe il premio di maggioranza al partito più votato (facendo sparire le coalizioni, così ampie e rissose) e introdurrebbe una soglia di sbarramento del 4% che farebbe fuori non pochi soggetti, soprattutto di centro-sinistra.

5. I sondaggi attribuiscono in modo univoco la vittoria elettorale al centrodestra che, sic stantibus rebus, non potrebbe che indicare Silvio Berlusconi candidato premier, per la gioia di grandi e piccini, ovviamente.

Allora, se quelli sopra appena ricordati sono “fatti” più o meno non discutibili, quale può essere la data-elezioni preferita per i principali esponenti di partito? vediamo di leggere nella palla di vetro…

  • Romano Prodi. Ha detto e ridetto che questa è la sua ultima esperienza da presidente del Consiglio. Ovviamente, vorrà concluderla in modo decoroso e possibilmente godersela fino all’ultimo minuto. Data ideale: 2011.
  • Silvio Berlusconi. Al momento nessuno nel centrodestra contesta veramente la sua leadership (e quando mai non è stato così?). Si votasse domattina, vincerebbe lui, anche senza il casto UdC e quindi – anche se potrebbe essere avvantaggiato da una competizione dopo il referendum (la tentazione di prendere il 55% dei seggi da solo, liberandosi di tutti gli altri può essere forte) – credo sia sincero quando dice votiamo subito, anche a costo di scocciare AN e mandare a gambe all’aria l’esuberante e logorroica MVB…A tal fine sta svolgendo una intensa campagna acquisti (ai limiti della corrutela, forse un po’ oltre) per “ribaltare” il governo. E questo, dopo averci fatto a tutti per 13 anni una testa come un cesto contro “ribaltoni e ribaltonisti”. Data preferita: marzo 2008.
  • Walter Veltroni. E’ il capo di un partito che non esiste e ci vuole tempo per consolidarlo. E il tempo scarseggia, anche perchè si trova impicciato dalle sue responsabilità di Sindaco di Roma. Che fare? si votasse oggi, con la legge vigente, sarebbe un disastro…meglio aspettare il referendum e sperare che venga approvato, così potrebbe anche lui tentare il “tutto per tutto” contro Forza Italia e sperare nel colpaccio. Dovendo scegliere una data, potrebbe essere il 2010…lontano? altro che, lontanissimo. Ma con tre vantaggi: radicare il nuovo partito; finire il mandato di sindaco e sfruttare la parallela competizione regionale, grazie alle tante regioni in mano al centrosinistra che andrebbero al rinnovo delle giunte regionali (e quindi – ma non si può dire – sfruttando anche il clientelismo che sempre contraddistingue le competizioni locali).
  • Gianfranco Fini. Povero Fini, eterno secondo. Da AN sono giunte le principali attestazioni di stima al processo di fusione che ha dato vita al PD e al sistema delle primarie che ne ha eletto il leader. Anzi, volendo dirla completa: tutti i “colonnelli” di AN si sono espressi molto, ma molto favorevolmente sui Veltroni-day e tutti, ma proprio tutti i “satrapi” di FI hanno irriso e osteggiato quella vicenda. Che sia un caso? non credo…Fini, come Veltroni, ha bisogno di tempo, per giungere alla nascita del Partito delle Libertà e cercare in qualche modo si scalzare Berlusconi dal suo trono dorato. E quindi? beh…Fini ha raccolto le firme per il referendum e qualcosa vorrà dire…Fini sostiene (a differenza di FI) il dialogo sulle riforme istituzionali che timidamente ha preso il via…e anche questo qualcosa vorrà dire. Data sperata: 2009, in parallelo con le Europee.
  • Pierferdinando Casini. Anche lui mira a collocare Berlusconi su una mensola, tra la foto del primo matrimonio, quelle del secondo e quelle dell’udienza da Papa Woityla. Inoltre, ne ha le tasche piene, lui così “moderato” a starsene in coalizione con i fascisti e i leghisti e lo dice ai quattro venti. Ha in mente il “modello tedesco”, vale a dire il ritorno al parlamentarismo più puro, ma temperato da una soglia di sbarramento molto alta (il 5%) che gli consenta di fare l’ago della bilancia tra Partito Democratico e Partito della Libertà…insomma, un po’ come hanno fatto per tanti anni i liberali tedeschi di Hans Genscher. L’ideale di Casini sarebbe una bella crisi di governo, un esecutivo “tecnico”, magari guidato da qualche ex-democristiano, un bel tavolone delle riforme e poi le elezioni, nel 2009. In alternativa, anche per lui, voto subito, nel 2008. Tutto pur di evitare il referendum.
  • Umberto Bossi. Bossi non vuole essere sbattuto all’angolo e neppure essere costretto a diventare di destra o di sinistra…quindi potrebbe essere tentato a “ciurlar nel manico” parlando di riforme, cercando di ottenere un sistema elettorale alla spagnola (che enfatizza il peso sul territorio) e magari un ritorno al parlamentarismo corsaro che tanto bene gli ha portato in passato…Certo non vuole il referendum e certo non gli può piacere il Partitone della Libertà…quindi, piuttosto meglio al voto con questa legge. Data preferita, 2008 o 2010 (alle Europee va sempre maluccio).
  • RC-Pdci-SD-Verdi. Non credo vogliano le elezioni subito, hanno bisogno di tempo per dare un senso compiuto alla “Cosa Rossa” e poi, con la situazione attuale, la loro funzione “di ricatto” è garantita e tutelata, quindi - da un estremo all’altro – la data migliore può essere per tutti il 2011 o alternativamente il 2008, per non correre il rischio di scomparire causa referendum. Rifondazione flirta con il modello tedesco, ma per me non ci crede sul serio…
  • Mastella & Di Pietro. I Lennon-McCartney (Dio mi perdoni!) della rissa politica su un punto li vedo concordi. Elezioni nel 2008. Di Pietro spera di passare – sondaggi alla mano – dal 2,3% al 2,9% e questo enorme risultato giustificherebbe da solo lo scardinamento del governo, mentre Mastella ha una fifa blu di qualsiasi riforma elettorale, che renderebbe il suo 1,3% del tutto inutile. Finalmente.
  • I Fascisti. La Mussolini, Storace, Tilgher, Romagnoli, tutta gente che ha una speranza di entrare in Parlamento solo con questa legge elettorale. Ragione in più per cambiarla.

Questo è lo scenario, almeno per me. Come si vede attribuisco una grande centralità alla scadenza referendaria, se mai ci si arriverà, quindi – dovendo fare il profeta – se Prodi non viene capottato entro tre mesi, allora i tempi si potrebbero fare molto, ma molto più lunghi. Vedremo, dopotutto il gioco politico italiano è da sempre in mano a grandi prestigiatori, che non si sa mai quale pantegana possano estrarre dal loro cilindro…


Noterelle democratiche

Ottobre 15, 2007

Qualche commento ci vuole, dopo la giornatona democratica di ieri, che ha visto Walter il Buono trionfare a furor di popolo…

1. L’affluenza. 3.000.000 e passa di elettori sono un dato assolutamente enorme. Non credo sia gonfiato ma fosse pure taroccato di un buon 33% saremmo ai 2.000.000 il che significa comunque un successo superiore alle aspettative (per lo meno alle mie, ma non solo alle mie). E’ certo una dimostrazione della bontà del progetto aggregativo e della vitalità democratica dei cittadini italiani, quindi – anche per chi sta a destra – se la democrazia è sana, ci guadagnano tutti;

2. Il “second step. Se si vuole emulare il modello americano (il nome del nuovo partito e il ricorso a forme di democrazia diretta come le primarie) sarebbe bene andare fino in fondo e quindi far seguire l’elezione plebiscitaria a una convention politico-programmatica che detti le priorità di breve-medio periodo per il nuovo partito. Questo al fine di completare il passaggio da una forma-partito di tipo ideologico ad una maggiormente “issues-oriented“, più in linea con un approccio alla politica meno rigido e indottrinato rispetto al passato;

3. L’effetto-domino. Se la fusione tra DS e Margherita funzionerà (cioè, se non sarà breve e tormentata come quella tra PSI e PSDI negli anni ‘60), allora questo potrebbe rafforzare i processi integrativi già in atto (Partito della Libertà, Cosa Rossa, Partito Socialista, Centro cattolico) ridando forma e struttura – finalmente – al sistema politico italiano, dopo 15 anni di impazzamento personalistico. Si potrebbe quindi avere un partito tra il 10-15% dei voti a sinistra, il Partitone democratico attorno al 33% dei voti, un partito di centro cattolico moderato del 6-8%, un partito conservatore del 35-40% e – per i fatti loro – un partitello socialista e la Lega Nord, oltre ai soliti radicali che vanno un po’ qua e un po’ la. Dunque, 4 partiti “rilevanti” e altri 3-4 con un ruolo strategico solo se il sistema elettorale lo prevederà…un notevole passo avanti rispetto alla situazione attuale, dove si agitano sul palcoscenico della politica non meno di 20 tra partiti e “componenti”, con gli esiti infelici che abbiamo stabilmente sotto il naso;

4. Il rinnovamento. Questo è il punto debole dell’esperienza delle primarie. Prevedere liste bloccate è un brutto segnale, perchè comunque i cittadini sarebbe bene fossero chiamati a scegliere, non a ratificare.


24 ore

Ottobre 13, 2007

Mancano 24 (anzi meno) all’apertura dei seggi per le primarie del Partito Democratico. E finalmente capiremmo se si sia trattato di una cosa seria o meno…

Vincerà Veltroni, ovviamente. Ma quanto? 65-70 o 85-90? io spero la prima soluzione, un partito nuovo deve certo essere coeso, ma per essere democratico “sul serio” bisogna pure che sia plurale “sul serio” cosa difficile con una percentuale di voti troppo superiore all’80%. Insomma, in una democrazia non basta il consenso (quello lo avevano anche Mussolini e Stalin), ma serve pure una opposizione. Come diceva – un po’ razzisticamente – Winston Churchill tanti anni fa “anche gli Zulu hanno un capo, ma solo noi abbiamo il capo dell’Opposizione di Sua Maestà”.

E come appare Veltroni? beh…direi chiaro, tenero, ingenuo e scaltro (gronda bontà da ogni artiglio, verrebbe da dire…). Direi troppo scaltro per non sapere che un segretario eletto con il 51% dei voti è realmente a capo di un partito, mentre un segretario eletto con il 98% o è un sultano autocratico, oppure un re travicello in balia dei baroni che come lo hanno incoronato, così possono scoronarlo.

Insomma, comunque vada, buon lavoro a Walter Veltroni. Speriamo sia vero che costruirà un “partito nuovo” e non solo “un nuovo partito”, anche se – lo confermo – non lo farà con me, che sto alla finestra a guardare…Ormai ho compiuto 40 anni e sono troppo vecchio per credere alle favole.


Brividi

Ottobre 12, 2007

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In un mondo sempre più surriscaldato, la notizia del Nobel per la Pace ad Al Gore (presidente “non eletto” degli Stati Uniti) provoca a una sola persona sudori freddi e un brivido lungo la schiena: Hillary Clinton


Dove collocare l’asticella?

Ottobre 11, 2007

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Dunque, ormai tutti quelli che volevano saperlo lo sanno: domenica 14 dalle 7 alle 22 i simpatizzanti del costituendo Partito Democratico sceglieranno il loro leader nazionale (sceglieranno anche per altre cose, ma questo ora ci interessa di meno).

Sulla Ferrari c’è Walter Veltroni, seguito da Rosy Bindi ed Enrico Letta su una Golf, da Adinolfi in mountain-bike e Gawronski a piedi…questo più o meno il senso della velocità di crociera dei diversi contendenti e – ovviamente – il loro presumibile ordine di arrivo (con relativo distacco). Auguri a tutti, ca va sans dire, ma la domanda è: quanti andranno a votare domenica. O meglio, quanti dovrebbero andare a votare per evitare il flop?

Facciamo un po’ di calcoli. Nel 2005 per incoronare Romano II giunsero ai seggi circa 4.000.000 di persone, ma si tratta di un’era geologica fa. Oggi le cose sono molto diverse perchè non si tratta di scegliere il candidato premier in una elezione politica imminente (con il vento in poppa e tanta speranza nel futuro) ma, molto più semplicemente, il capopartito di un partito che ancora non esiste e nel quale si riconosce la maggioranza dei parlamentari sostenitori di un governo che non piace mica poi tanto, nemmeno a chi lo ha votato.

Dunque, presumibilmente, non ci saranno certo 4.000.000 le persone che si fionderanno nei gazebo e nei seggi improvvisati dall’organizzazione democratica. Considerando la somma degli iscritti ai due partiti fondatori (DS e Margherita), siamo però pur sempre sul 1.000.000 di persone (6-700.000 diessini, 3-400.000 margherite). Ma si sa anche che coloro che fanno vita realmente attiva sono circa il 25% degli iscritti, quindi saremmo a 250.000 elettori sicuri.

250.000 sono pochi, troppo pochi. Ma di certo non vanno a votare da soli, una moglie, una mamma o un fidanzato geloso lo hanno tutti e quindi il numero deve almeno raddoppiare. E siamo a 500.000. Tutto qui? no, ci sono altri calcoli da fare…I candidati, ad esempio, alle varie assemblee regionali e alla Costituente Nazionale. Sono 40.000 circa, la gran parte quadri dei due partiti, ma non solo… Questi 40000 avranno 50 preferenze a testa, no? dovrebbero averne molte di più, ma insomma per semplicità immaginiamo una media di 50 preferenze a testa…e quindi saliamo alla cifra di 2.000.000

A naso (e il naso, in politica è importantissimo), il livello prevedibile può quindi essere compreso tra un massimo di 2.000.000 di persone e un minimo di 500.000, cioè – dato medio – 1.250.000 cittadini, che per me è un numero altamente probabile. E a questo punto, possiamo veramente fissare l’asticella del successo per il PD.

  • > 500.000. Un flop. il Partito Democratico non interessa a nessuno, manco ai democratici. Tornino tutti a coltivare querce, rose e margherite che sarà meglio…
  • 500.000-1.000.0.000. Un floppetto. Si farà molta retorica sulle “centinaia di migliaia di elettori” recatisi a votare, ma nella sostanza sotto la soglia del milione ci sarebbe molto, ma molto,  ma molto di che discutere e di che fare autocritica (se questa andasse ancora di moda).
  • 1.000.000-1.500.000. Un buon risultato. Niente di particolarmente strepitoso, ma un dato confortante per l’élite democratica. Il partito c’è, la gente pure, si può proseguire.
  • + 1.500.000. Un risultato eccellente. Trionfale sopra i 2.000.000. Una iniezione di gerovital per il governo Prodi e un rafforzamento della classe dirigente dei DS e della Margherita.

La mia opinione? beh…l’ho detta…tra i 1.200.000 e 1.300.000 per i calcoli che ho fatto…ma potrei sbagliare, a scuola in matematica prendevo sempre 4 e con il tempo non mi pare di essere mica tanto migliorato.


Un Nobel, una domanda

Ottobre 8, 2007

Il prof. Mario Capecchi ha appena vinto il premio Nobel per la Medicina e se i professoroni di Stoccolma hanno scelto lui (assieme a due colleghi statunitensi) sapranno bene il perchè.

Il prof. Capecchi non è un “cervello in fuga” ma avrebbe tranquillamente potuto esserlo e nessuno se ne sarebbe meravigliato. Quindi, quello che mi chiedo è: devo essere orgoglioso per l’ennesimo Nobel attribuito a un connazionale (il prof. Capecchi è nativo di Verona, anche se cresciuto scientificamente negli Stati Uniti), oppure devo essere seccato, molto seccato, per l’ennesimo grande talento che ha potuto dimostrare tutte le proprie capacità all’estero mentre, presumibilmente, fosse rimasto qui in patria non sarebbe probabilmente riuscito ad andare così lontano?


Birmania: come cade una dittatura?

Ottobre 4, 2007

Nel 1978, il politologo spagnolo Juan Linz (assieme all’inseparabile Alfred Stepan) curava “The Breakdown of Democratic Regimes” (“La caduta dei regimi democratici”, lo dico in inglese perchè una traduzione integrale in italiano non esiste…), ricco contributo (4 volumi!) che analizzava nel dettaglio il perchè e il percome un sistema democratico può – ilgrandedittatore.jpgilgrandedittatore.jpgad un certo punto – fare “patatrack” e trasformarsi in una dittatura.

Venti anni dopo, sull’onda della ri-democratizzazione dell’Europa e del Sudamerica, Linz e Stepan si occupavano di spiegare in 2 volumi i vari “Problems of Democratic Transition and Consolidation“, dei quali stavolta esiste anche la traduzione italiana, edita da “Il Mulino”. E finalmente – dopo venti anni – potevamo sapere perchè cadevano anche le dittature, il che ci aiuta a capire un po’ meglio quanto sta accadendo in queste ore in Birmania e ipotizzare degli sbocchi, se non probabili almeno possibili.

Andando molto in soldoni, non esiste “un” regime dittatoriale, ma ne esistono molti, sintetizzabili in due grandi modelli di riferimento: i regimi totalitari e i regimi autoritari. E si tratta di due modelli molto diversi, anche se a un occhio non allenato potrebbe sembrare che il secondo è solo la variante “buona” del primo…Ma se ci si riflette le differenze sono facilmente comprensibili:

  • Regime Totalitario: sistema fortemente pervasivo, caratterizzato da un leader carismatico al potere, supportato da un potente e strutturato partito unico e con una totale assenza di qualsiasi forma di pluralismo. Vi è una costante mobilitazione ideologica che invade e influenza non solo la vita politica, ma ogni singolo momento dell’esistenza di ognuno, sia essa dal punto di vista sociale, culturale od economico. Il potere non conosce limiti formali o informali e viene mantenuto grazie ad un continuo ricorso alla violenza politica ed al terrore, che diventano usuali strumenti di governo.
  • Regime Autoritario: sistema non ideologico ma con “mentalità caratteristica”, espressa da un costante ricorso ad un prevedibile armamentario retorico (Dio, Patria, Famiglia, Onore, Gloria, Nazione, Popolo…) privo di una ideologia strutturata e onnicomprensiva. Talvolta esiste un partito unico ma il pluralismo (economico, culturale e sociale) non scompare del tutto (così – ad esempio – in Italia durante il Fascismo rimasero tendenzialmente autonomi i poteri industriali, la Chiesa Cattolica, la Monarchia e, in misura minore, l’Esercito). Spesso il popolo non viene mobilitato, ma al contrario scoraggiato dal prendere parte alla vita politica anche se solo come comprimario plaudente. Il leader (o il gruppo) al potere governano in modo arbitrario e talvolta violento, ma senza la legittimazione ideologica e propagandistica che rende così efficace la tirannia nei sistemi totalitari, ragion per cui la violenza di massa – quando c’è – compare il più delle volte nelle fasi di instaurazione e di crisi del regime.

Il regime totalitario è un caso raro e di breve durata. Non vi sono dubbi che fosse totalitario il regime nazista (dopo il 1937) e il regime staliniano più maturo (dopo il 1936). Totalitario fu il regime di Kim Il Sung in Corea del Nord e – opinione personale – vi furono fasi totalitarie nel regime maoista durante gli anni della “Rivoluzione Culturale”. Talvolta si sono individuati germi totalitari nei regimi islamici di massa, come quello Iraniano e quello Afghano-talebano e – se sostituiamo la propaganda con la predica, il partito unico con la capillare presenza di moschee e madrasse e l’ideologia con la religione, il gioco è fatto.

I regimi autoritari invece sono più diffusi e sfaccettati, si va dai bonari “regimi tradizionali” (le monarchie del Marocco o della Giordania) ai regimi “sultanistici” (quelli nei quali esiste una con-fusione tra stato e famiglia del dittatore, come in diversi regimi africani, asiatici o sudamericani), dai regimi di “mobilitazione ideologica” (Cuba) a quelli “Bonapartisti” (Putin). La Birmania – invece – mi pare rientri nella casistica dei regimi “Pretoriani”, vale a dire quelli a guida militare.

Nel suo “The Man on Horseback” (“L’uomo a cavallo”) del 1962, Samuel Finer notava che di regola i militari hanno il monopolio legittimo della forza, sono gerarchicamente strutturati, culturalmente e socialmente coesi, capillarmente presenti su tutto il territorio di un paese e quindi, la domanda da fare non è “perchè talvolta prendono il potere?”, bensì “perchè non lo prendono sempre?”, considerati tutti i vantaggi “di casta” e di “posizione” che ricoprono. Le risposte sono diverse e articolate e prenderebbero troppo spazio ma – mettendo assieme Linz, Stepan, Finer e qualcun’altro – la domanda a cui rispondere è: come e quando se ne vanno?

  • Via d’uscita numero 1: l’Autunno del Patriarca. Il vecchio dittatore decide che dopo di lui sarà il diluvio e prende in considerazione l’ipotesi di una uscita blanda e negoziata dal regime autoritario, mercanteggiando impunità e privilegi per se, il suo entourage e talvolta la sua casta. Così è stato – ad esempio – in Spagna e in Cile;
  • Via d’uscita numero 2: Waterloo. Il regime è in crisi di legittimità e di consensi, la situazione politica interna va sempre peggio e quindi, nulla di meglio di una bella guerra per consolidare il fronte interno. Ma le strutture sono marce, tutto va storto, la guerra finisce male e con essa il regime. Come in Argentina dopo il disastro delle Falkland ma anche – per certi aspetti – caso italiano durante il Fascismo;
  • Via d’uscita numero 3: il contagio.  Come nel domino, cade una dittatura e cade pure quella vicina…si tratta di quanto accaduto in Est-Europa nel 1989, dove i diversi sistemi comunisti sono crollati per cedimento strutturale (Germania Est), golpe interno (Bulgaria) o moto violento (Romania);
  • Via d’uscita numero 4: le pressioni esterne. Talvolta un regime è così odioso o violento che crolla perchè la comunità internazionale lo mette alle strette, con le buone (Sudafrica nel 1990) o con le cattive (Iraq nel 2003);
  • Via d’uscita numero 5: scontro tra elite. All’interno del gruppo dominante si apre uno scontro tra “falchi” (sostenitori della repressione) e “colombe” (sostenitori di una apertura negoziale con i gruppi moderati dell’opposizione). Se prevalgono i primi (Tien-An-Men 1989), il regime spara sulla folla, ma se è compatto resta in piedi. Se prevalgono i secondi, si aprono le possibilità per una transizione più o meno indolore (che spesso prevede l’eliminazione del vecchio dittatore) a una qualche forma embrionale di democrazia (una “democradura” o una “dictablanda” per usare il lessico sudamericano);
  • Via d’uscita numero 6: il bagno di sangue. Può esplodere un moto rivoluzionario al quale il regime reagisce con la forza ma alla lunga i ribelli prevalgono e rovesciano la dittatura. Spesso per instaurarne un’altra di colore opposto (Cuba, Nicaragua).

E in Birmania? a me pare che la prima tentazione del regime (a metà tra il sultanistico e il pretoriano) sia stata quella di reagire con violenza, ma sembra che vi sia all’interno una tensione tra elementi moderati ed elementi estremistici, contrari ad ogni ammorbidimento. Saremmo quindi nel caso numero 5. Al momento, pare che l’Esercito (in linea di massima) ubbidisca quando gli viene ordinato di sparare, ma domani?

Considerato il crescente interesse della comunità internazionale, l’attenzione del sistema dei media e l’evidente crisi del regime (crisi di legittimità, di prestigio, di consenso e di capacità di relazione) dovendo ipotizzare uno sbocco direi che la dittatura birmana ha i giorni contati. Ma che la sua uscita di scena non sarà per nulla indolore, anzi.

Insomma, la dittatura sembra finita, ma le sofferenze per i birmani temo proprio di no.