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14 luglio

Tutti idealizziamo la realtà, almeno di tanto in tanto, almeno su qualcosa. Io ad esempio idealizzo la Francia, paese (anzi, Nazione) alla quale voglio bene e alla quale mi sento culturalmente e idealmente legato, della quale vedo tutti i pregi e fingo di non vedere i difetti.

Per me la Francia è una specie d’Italia che funziona e che si stima. E’ un paese con un patrimonio artistico e culturale immenso, con una grande capacità di godersi la vita, con una cucina commovente, con una straordinaria tolleranza reale ma non ostentata, con un senso dello Stato e delle Istituzioni che noi deridiamo solo perchè siamo anarchici e incapaci di accettare qualsiasi limite o laccio ai nostri “porci comodi” (come testimonia, tra l’altro, il perdonismo imperante e deresponsabilizzante, che parte dal vertice dello Stato per arrivare all’ultimo dei bulletti di scuola…)

E’ un Paese verso il quale abbiamo dei debiti. Senza la Francia, non ci sarebbe stato il nostro Risorgimento (non così in fretta e non così gloriosamente, comunque): l’Austria ha perso la II Guerra d’Indipendenza sul campo di Solferino, grazie alle migliaia di morti francesi e infatti Cavour sul letto di morte continuava a chiedere se fosse arrivato da Parigi il riconoscimento del nuovo Regno. La Francia è il Paese che più ci ha sostenuto dopo il disastro di Caporetto, che ha dato ospitalità ai democratici in fuga dalla dittatura fascista e che è stato da noi ripagato con la “pugnalata alle spalle” del 10 giugno 1940, che resta uno dei momenti più squallidi e indecenti dell’intera storia della diplomazia internazionale.

E’ il Paese (e la cultura) che ha regalato al mondo lo spirito laico, l’Illuminismo, la dottrina della separazione e limitazione dei poteri. E’ il paese della Grande Rivoluzione del 1789, che malgrado tutti gli errori e tutto il sangue versato resta un momento di progresso nella Storia dell’Uomo. E’ il Paese del grande Code Civil del 1806, che riconosceva il diritto al divorzio, da noi ammesso solo 165 anni dopo…E’ il paese che nel 2004 ha approvato la “Carta costituzionale sui diritti dell’ambiente”, mentre da noi si varava l’ennesimo condono edilizio. E’ il Paese che ha dato il via a tutti gli sconvolgimenti del pianeta, dalla lotta contro l’assolutismo cattolico (i Catari) fino a quel “maggio francese” del 1968. E questo perchè è Paese vivo, pulsante, intellettualmente creativo (ha alcune delle migliori alte scuole e una diffusione degli studi filosofici che non ha eguali).

Abbiamo vinto qualche partita di calcio contro questo Paese. Qualche partita importante certo, ma solo una partita. E soffro sulla periodica retorica antifrancese di molti quotidiani anche importanti o sulle dichiarazioni di politici dell’estrema destra leghista (Calderoli ad esempio) che quando abbiamo vinto i Mondiali blaterarono sulla vittoria nei confronti di una squadra di “negri, comunisti e islamici”. Soffro perchè quella gente ci ha rappresentato e ancora ci rappresenta. Soffro perchè sono nelle condizioni di parlare perchè ci sono partiti più grandi che danno loro credito e centinania di migliaia di persone che li votano. Soffro perchè mi vergogno, mi vergogno sul serio e vorrei urlare a tutta gola che io non c’entro, che sono felice per la Coppa vinta e ormai impolverata, ma che amo anche la Francia per com’è: con il suo fois-gras, i suoi vini rossi corposi e profumati, i suoi castelli, la cura del suo paesaggio, il suo multietnismo, la sua laicità rigorosa, la preparazione della sua classe politica. E anche la sua insostenibile spocchia.

E la amo particolarmente oggi, 14 luglio. Un giorno che in Francia unisce tutti, anche i monarchici…che fingono però di celebrare il 14 luglio del 1790, non la Bastiglia, quindi, ma la Festa della Federazione che sanzionò il ritrovato accordo tra Luigi XVI e il suo popolo vitale e surriscaldato.

Diceva Thomas Jefferson che “ogni sincero democratico ha due Patrie, la propria e la Francia”. Quindi oggi un saluto e un augurio affettuoso alla mia seconda Patria…

Il Sultanato

Giovanni Sartori non è solo un monumento della Scienza Politica mondiale, uno dei 3-4 studiosi di democrazia più importanti al mondo, nonché il politologo italiano più influente (presenti esclusi, si intende). Ma è anche un vecchino arguto, crudele e maligno…Durante la campagna elettorale, nel corso di una puntata di “Porta a Porta”, parlava malaccio del vecchio governo Berlusconi e il pretoriano Paolo Bonaiuti, con insolito garbo, interruppe la filippica per inserire alcune “attenuanti generiche” e mal ne incolse.

  • Bonaiuti: “Ma lei professore riconoscerà che nessun presidente del Consiglio è mai stato così tormentato dalla magistratura!”
  • Sartori: “Certo. Perchè nessuno se lo era mai così meritato!”

Questo siparietto mi è tornato in mente ieri, leggendo l’editoriale pubblicato dal bizzoso Professore sul “Corrierone”, nel quale l’attuale regime politico veniva definito come “Sultanato”. Il termine è efficace, probabilmente sarà piaciuto a molti, ma non è buttato lì a caso. Anche in quel contesto, infatti, Sartori non ha rinunciato a fare Dottrina, nel senso alto del termine, anche se temo non molti abbiano potuto cogliere la raffinatezza dell’allusione.

Il “Sultanismo” è un modello politico autoritario definito per la prima volta, almeno credo, dal sociologo tedesco Max Weber in Economia e Società [1922]. Il termine non deve confondere: non vi è alcuna allusione o limitazione a precisi contesti geografico-religiosi, ma la metafora del “Sultano” è utilizzata da Weber per definire un assetto politico e di potere fortemente “patrimonialisti”, dove la dimensione pubblica e quella privata sono fuse e inscindibili e quindi diventa impossibile capire dove termini la prima e inizi la seconda e - ovviamente - viceversa. Il centro del potere non è il Governo, il Partito o il Parlamento, ma il “clan” familiare e amicale del Sultano. E’ la vicinanza con esso, la condivisione dei suoi interessi patrimoniali e dei suoi capricci che genera potere, al di là delle formali costruzioni costituzionali e istituzionali.

Il concetto è tuttora presente nell’analisi dei sistemi autoritari. Ad esempio se ne è occupato Juan Linz, uno dei più importanti studiosi viventi del genus autoritario. In “Transizione e Consolidamento Democratico” [Il Mulino, 2000], scritto assieme ad Alfred Stepan, Linz ci ricorda che “la realtà prevalente in un regime sultanistico è che tutti gli individui, i gruppi e le istituzioni sono costantemente soggetti all’intervento dispotico e imprevedibile del sultano” [p. 87]. Il sistema sultanistico, inoltre, non ha una propria ideologia strutturata e legittimante, ma anche questa è cangiante e soggetta agli umori imprevedibili e scontrosi del Sultano: “un governante sultanistico ha la caratteristica di non avere alcuna ideologia-guida elaborata … l’ideologia non è considerata vincolante per il governante ed è rilevante solamente fintanto che sia egli stesso a impiegarla” [p. 88].

Insomma, il sistema sultanistico si caratterizza per la confusione tra patrimonio privato del Sultano e beni pubblici, per la prevalenza della “corte” sulla articolazione istituzionale dei poteri e per l’assenza di principi etico, filosofici o religiosi forti abbastanza da porre un argine al capriccio del Sultano. In quanto allo “stile” di governo, Linz descrive come caratteristica “sultanistica” l’esistenza di una leadership altamente personalistica e arbitraria, fortemente dinastica, fondata su un sistema di ricompense personali e uno staff di governo composto da membri della famiglia, amici, soci d’affari, tutti sottomessi non al corpo delle leggi, ma alla volontà personale del governante. [p. 71].

Però, Juan Linz, scrivendo di sultanismo, aveva in mente la Haiti di Duvalier, il tiranno africano Bokassa, lo Scià di Persia, la Romania di Ceaucescu o la Corea del Nord di Kim il Sung. Se un uomo attento nella scelta delle parole in maniera quasi maniacale come Giovanni Sartori ha parlato di “Sultanato” con riferimento al caso Italia, forse bisogna fermarsi un attimo a riflettere.

Latinorum - 2

Rimango sul tema della scarsa capacità comunicativa del PD perchè la settimana appena trascorsa ha fornito vari spunti per ulteriori riflessioni.

Ad esempio, c’è stato il tema delle intercettazioni delle telefonate Berlusconi-Saccà. Il succo è questo: Berlusconi al telefono chiede con insistenza al direttore delle fiction Rai di mettere sotto contratto in qualche produzione della tivù pubblica delle gallinelle di batteria amiche di senatori che forse - se tutto andrà bene - poi ringrazieranno di conseguenza e faranno cadere il governo Prodi al Senato. Il quale in effetti poi è caduto.

A parte il fatto che non si capisce bene perchè non possano essere assunte direttamente a Mediaset (dove le attrici non sono mica tutte Katherine Hepburn) ma questo genere di mercato debba essere pagato con i soldi del canone dei cittadini, così come non si capisce neppure perchè tutte vogliano finire a Incantesimo, che una volta era una fiction rispettabile ambientata in una clinica estetica e ora rischia di diventare la Legione Straniera di tutte le belle ammanicate e incapaci, che non potendo sostenere altre parti saranno tutte assunte con il ruolo di “modella lobotomizzata dal fidanzato geloso” e ovviamente curate - tra un succhiotto e l’altro - dal mediconzolo di turno. Insomma, a parte questi due aspetti, la questione è un altra: quella delle intercettazioni.

C’è un problema sul tappeto - l’ipotesi di legge governativa di limitarle fortemente - e c’è la posizione del PD che come al solito non dice qualcosa di suo, ma sostiene tesi in linea con quelle dell’esecutivo, ma in toni più soft. In particolare, la “linea” del partito è una, semplice e chiara: “si facciano, ma non finiscano sui giornali!” E perchè no?

La spiegazione che si da a questo principio è semplice: esiste un problema di privacy. E questo è vero ed è assolutamente giusto e giustificato evocarlo. Ad esempio, le telefonate del Duca di Savoia intento a turpiloquiare mentre tira sul prezzo per la prestazione professionale della squillo di turno forse rientravano tra i suoi affari privati e non meritavano di essere sbattute sui giornali: dove stava l’interesse pubblico negli amplessi taccagni del Duca? Dove finiva il dovere di informazione e iniziava il voyerismo?

Forti di riflessioni del genere, nel loft del PD si sono convinti di aver trovato la chiave giusta per trionfare nella battaglia mediatica in atto, attraverso il ricorso continuo e ossessionante della già citata frase magica: “si facciano, ma non finiscano sui giornali“. Ripetono instancabili questo mantra, senza un dubbio, senza un “ma, se”, senza un ripensamento. Tutti, compreso Veltroni.

Richiesto di una opinione sull’intercettazione Berlusconi-Saccà, il quasileader del PD ha replicato: “si facciano, ma non finiscano sui giornali“. E nel ripetere il mantra non gli è venuto in mente neppure per un istante che forse quelle intercettazioni, che pure non hanno nulla di penalmente rilevante, andavano non solo diffuse, ma commentate, conosciute e dibattute. Perchè toccano un preciso interesse dei cittadini - di destra e di sinistra - che hanno il diritto di sapere che ci sono (o ci furono) illustri membri del Senato che orientano il loro voto non in base a priorità politiche, ideologiche o programmatiche, ma sulla base di uno scambio di favoretti di bassissimo livello e che su questi l’allora leader dell’Opposizione organizza e dirige il mercato.

Se un Senatore della Repubblica si dimostra disponibile a far cadere il governo che sosteneva e precipitare il Paese a elezioni anticipate (che sono sempre una sconfitta per le istituzioni) in cambio non di istanze politico-programmatiche ma della particina di aiutoportantina in Incantesimo per l’amichetta di turno e se il capo dell’Opposizione acconsente e facendosi carico della cosa, perchè tutto questo non dovrebbe finire sui giornali?

Onorevole Veltroni, non pensa anche lei che questo genere di cose sia “di interesse pubblico”?

Dal latino all’italiese

La prima cosa che ho pensato quando ho sentito il nascere dell’ennesima polemica relativa ad una norma ad personam in favore di Berlusconi, utile a bloccare uno dei suoi processi è stata: “ma non li avevano già cancellati tutti? ma quanti cavolo di processi c’erano?”

Ma i processi, evidentemente come gli esami, pare non finiscano mai e quindi siamo al nuovo tormentone, dopo 14 anni dal primo quando, durante la ruggente estate del 1994, dopo solo due mesi dal proprio insediamento, il Berlusconi I propose il famoso “Colpo di Spugna” sui reati di Tangentopoli confidando - anche allora - sulla distrazione calcistica indotta nel cittadino medio, alle prese con i Mondiali di USA94.

maccari04.jpgOggi ci risiamo, c’è ancora un governo di centrodestra (Berlusconi IV), c’è ancora un processo da sistemare, c’è ancora una Nazionale in difficoltà e c’è ancora una opposizione che starnazza in latino (è ad personam! in violazione della par condicio! non si governa una tantum!). Da un punto di vista strettamente etico e anche giuridico-costituzionale l’opposizione ha ragione da vendere. Ma questo non conta e - da consulente politico - ricordo che le elezioni non si vincono mai “avendo ragione” e spesso mi piace ricordare durante i miei corsi di formazione che un partito che aveva ragione su tutto (o quasi tutto) in Italia c’è stato, era il PRI che - tranne poche giornate felici - ha veleggiato per 40 anni tra il 2 e il 3% dei voti.

Se fossi il consulente politico di Veltroni gli direi invece: “Uolter, non perdere tempo a dire che il comportamento di Berlusconi è unfair, che lo sanno già tutti e nonostante questo lo votano…il popolo italiano è da sempre e in larga misura un popolo insensibile alle questioni etiche, indifferente a tutto quello che non tocca il proprio misero interesse e sosterrebbe anche un monocolore guidato da Tamerlano se solo venisse promesso un taglio dell’IVA o uno sgravio sulla benzina”.

Al suo sguardo perplesso che sottintenderebbe un “qualcosa dovremo pur fare” allora aggiungerei: “non nominare mai Berlusconi in questa cosa, non dire che ci guadagna da questa norma…e se non lo dici tu, certo non lo dirà lui…però ricorda il passato, ricorda che il crollo di consensi di Prodi è iniziato con la porcheria dell’Indulto e ragiona sul perchè…e capirai allora che la “gente” è scocciata quando non ottiene la propria vendetta personale…alla famosa “gente” indispettisce oltremodo il non vedere punito a dovere chi gli ha fatto un torto.”

Quindi, questa sarebbe la mia conclusione, invece di latineggiare sulle norme ad personam create ex novo, proprio ab initio di legislatura e da abrogare con referendum, forse non sarebbe sbagliato fare dei manifesti con scritto in grande grande:

  • “Signora anziana che sei stata scippata nel 2004, lo sai che questa norma blocca il processo al tuo scippatore? ringrazia il governo per averla voluta”
  • “Fidanzata picchiata dal tuo uomo nel 2005, lo sai che questa norma blocca il processo al tuo fidanzato manesco? ringrazia il governo per averla voluta”
  • “Artigiano grassoccio di Treviso, lo sai che il processo al montenegrino che ha rubato il Cayenne intestato a tua nonna defunta è stato sospeso? sei contento? quando andrai nel circolo leghista “Fuori Tutti” di via della Serenissima ricordati di proporre un bigliettino di ringraziamento al ministro Maroni”

Ecco, io farei così…perchè le carte truccate dell’avvocato Mills nessuno le ha viste e comunque a nessuno interessano, però “cazzo, il mio cayenne nero (anzi, il cayenne di nonna, scusate) era proprio figo e se solo penso che quello stronzo di Skopje l’ha fatta franca, mi viene voglia di spaccare tutto!”

Per pagare e morire…

Dei Reali Inglesi si può dire quello che si vuole, ma certo sono gente di parola e che sa stare al mondo. Qualche giorno fa, infatti, il Corrierone riportava la notizia che il principe Carlo aveva finalmente saldato un piccolo scoperto di 566 € che la sua famiglia aveva con i sarti di Worcester.

Beh, in realtà non proprio la sua famiglia…il debito risaliva agli anni della Guerra Civile ed era stato contratto da Carlo Stuart, che non è neppure un parente del Carlo nostro contemporaneo. L’allora re d’Inghilterra aveva ordinato delle divise per rivestire le truppe fresche da gettare nel calderone del conflitto. Le divise vennero testate nella battaglia di Worcester (1651), che si concluse con una disfatta totale delle forze realiste.

Forse dall’esito infausto di quella vicenda nacque il mancato pagamento…”le divise che mi avete dato sono troppo sgargianti…il tessuto non regge ai colpi di cannone…le scarpe si slacciano e i soldati inciampano!” e se al contenzioso economico aggiungiamo il processo al Re e la sua decapitazione, è facile capire come non ci voglia molto per far passare 3 o 4 secoli.

La Casa Reale ha evidentemente cercato di depitastare i creditori cambiando cognome, come fanno i truffatori che vendono elisir d’amore, pezzi del Colosseo o sostanze anticellulite alla tv: così chi avesse cercato di entrare in contatto con i signori Stuart si sarà sentito rispondere “non abitano più qui, noi siamo gli Hannover…vuole lasciare detto qualcosa?” e - per evitare il rischio di collegamenti tra una famiglia e l’altra - i cambi si sono fatti più frequenti…per cui l’ufficiale giudiziario inviato dai sarti di Worcester ogni volta che telefonava a Windsor si sentiva dire “pronto, qui famiglia Sassonia-Coburgo-Gotha…i signori Hannover sono fuori, non so quando torneranno…si si farò richiamare”. Poi - dopo un po’ - richiamava chiedendo dei Sassonia-Coburgo-Gotha e rispondeva un certo mr. George Windsor che dichiarava di non sapere nulla e anche la mail in seguito inviata ritornava indietro indicando “MAILER-DAEMON - user unknown” più alcune chiacchiere incomprensibili su una certa famiglia Mountbatten.

Alla fine il conto lo ha saldato lui, Carlo Wales e gli è stata pure data una ricevuta. Per pagare e morire c’è sempre tempo e mai come in questo caso il proverbio si è rivelato veritiero.

Consolazioni

Ieri sera ho visto “Ballarò“.

Gli ospiti in studio - tra i quali spiccavano l’ambiguo ministro Maroni e lo scaltro Massimo D’Alema - hanno parlato molto di immigrazione. Come al solito. Con le solite frasi. Con i soliti concetti, vecchi ormai di quasi 20 anni. E così, l’immigrazione diventa - di volta in volta - “un’emergenza da combattere” (per la LN), “un problema da risolvere” (per FI) o “un male necessario” (per il PD). Probabilmente c’è del vero in tutte e tre queste posizioni, ma manca la cosa che a me sarebbe sempre piaciuto che qualcuno dicesse o scrivesse, ma nessuno lo ha mai fatto. Manca una frase del tipo:

L’immigrazione è un fenomeno complesso che va governato. Ma ci piacerebbe vivere in un mondo senza dogane e senza barriere. Ci piace poter dare una mano alle popolazioni meno fortunate, creando opportunità di lavoro, di crescita umana e civile, ci onora poter fare la nostra parte per consentire a chiunque di cercare la propria porzione di felicità su questa Terra. Sappiamo che non sarà facile, ma siamo fieri che centinaia di migliaia di persone che vivono nella sofferenza, nella povertà e nel disagio, tra tante nazioni al mondo individuino proprio il nostro vecchio e sgangherato Scarpone come meta ultima dei loro sogni e delle loro speranze. E noi - che fummo la patria del Diritto e la culla della prima grande società multietnica della Storia - faremo tutto il possibile per essere all’altezza delle loro aspettative. Faremo del nostro meglio per consentire ai nostri ospiti di ottenere nel nostro paese rispetto, dignità e affetto. Questo per il bene loro, per l’eterno rispetto dei principi di ospitalità e per lo stesso nostro buon nome.”

Ma non ho udito mai frasi del genere. Non nel passato. Non oggi e temo neppure domani. Non le ho udite neppure ieri sera. Però a un certo punto, verso la fine della serata, Massimo D’Alema ha parlato di pienezza dei diritti e dovere di integrazione. Non è molto, non è un granchè. Ma erano le 22.54 e ho capito che per quella sera non avrei avuto di più.

Lobby, servono?

Sto lavorando sul tema delle “lobbies“, vale a dire - detto in modo più elegante e meno moralistico - la “rappresentanza istituzionale degli interessi”.

Il tema è collegato alla democrazia, ma come? la trasparenza e il libero accesso da parte dei gruppi di pressione nel processo decisionale indebolisce o arricchisce il sistema democratico? Confesso che non riesco ancora a dare una risposta, ma devo farlo e pure un po’ in fretta.

Penso di partire dalla concezione “pluralista” della politica e del potere, quella formalizzata ad esempio dall’americano Robert Dahl, in contrapposizione alla precedente visione sostanzialmente elitistica. La politica e il potere sono definiti anche dalla competizione contrapposta degli interessi organizzati e quindi, portare alla luce questi interessi, può essere un fattore di chiarezza e di correttezza non solo formale, ma anche sostanziale.

Ma non esiste il rischio della prevalenza degli interessi concentrati e organizzati su quelli diffusi? non c’è il rischio che alla fine le scelte politiche possano diventare la somma dei risultati di singole competizioni a scapito dell’impalpabile “interesse collettivo”?

Insomma, devo riflettere ancora per un po’…

La tribuna

Si fa un gran parlare della necessità di garantire un “diritto di tribuna” alle forze politiche di sinistra rimaste fuori dal Parlamento. Ha toccato il tema il presidente del Senato nel suo discorso di insediamento e poi il tutto è rimbalzato sulla stampa e sulle scrivanie dei leader di partito, particolarmente di quelli del PD, arrivando addirittura a ipotizzarsi la possibilità di ricavare aree e strutture a disposizione della Sinistra Arcobaleno all’interno di Palazzo Madama.

Temo esista un equivoco di fondo: la Sinistra Arcobaleno non è rimasta fuori dal Parlamento a seguito di un broglio, di una congiura o di una svista amministrativa da sanare in qualche modo. Molto semplicemente, ha preso troppi pochi voti per avere accesso alla rappresentanza, evidentemente perchè incapace di aggregare adeguato consenso attorno alle proprie proposte politiche.

E in una democrazia matura, chi ha perso le elezioni dovrebbe cercare modalità di dialogo con la comunità politica, migliorando la propria presenza, le proprie capacità di comunicazione, adeguando i programmi alle esigenze di quella parte di società che si vuole rappresentare. Chiedere stanze, segretarie e fax a spese dei contribuenti non è certo la via migliore.

Ma la Sinistra Arcobaleno sarà capace di vivere fuori dal Palazzo?

Invito

Studio Maria Bruna Pustetto Relazioni Pubbliche e Strategie di Comunicazione

 

 

Invito

 

TAVOLA ROTONDA

“LA COMUNICAZIONE HA VINTO O PERSO LE ELEZIONI?”

Analisi e riflessioni su stili, miti e modelli della nuova politica

 

MERCOLEDI’ 14 MAGGIO

ORE 17

 

SALA CONVEGNI DELLA CAMERA DI COMMERCIO

PIAZZA VENERIO

 

UDINE

 

Ne discutono

 

Marco Cucchini Politologo

Fabio de Visintini Università di Udine

Gabriele Qualizza Sociologo

Maria Bruna Pustetto Political Observer

Riccardo Rudelli Consulente Politico

 

Dibattito

Drink

 

Il parcheggio in struttura è antistante il palazzo della Camera di Commercio

Dentro l’Election Day

In Friuli Venezia Giulia lo scorso 13 aprile si è votato anche per l’elezione del presidente della Regione e - a sorpresa - l’uscente Riccardo Illy (di centrosinistra) è stato sconfitto. Alcuni ritengono - e io tra questi - che la scelta di abbinare politiche e regionali (scelta dello stesso Illy) non lo abbia aiutato, neppure un po’.

Ho cercato di dimostrarlo con un articolo uscito questa settimana sul settimanale “Il Friuli”, che riporto di seguito.

Attribuire tutte le responsabilità della sconfitta regionale a Riccardo Illy e alla sua scelta di concentrare in un solo giorno le competizioni elettorali di ogni livello sarebbe certamente ingeneroso e - soprattutto - troppo comodo e troppo facilmente autoassolutorio per gli altri esponenti di Intesa Democratica. Nonostante questo, però, il politologo non può non chiedersi se e quanto la scelta dell’ex presidente abbia pesato su un esito così negativo per il centrosinistra. 

I lettori del “Friuli” ricorderanno forse che in un articolo di inizio marzo si ricordava come in favore del centrosinistra avessero giocato nel 2003 alcuni fattori positivi ora non più presenti: la scarsa popolarità del governo allora in carica (Berlusconi), la spaccatura interna al centrodestra e il carico di novità e aspettative attorno al candidato Illy. Nonostante questo, il presidente Illy ha scelto di correre il rischio, decidendo di ignorare il fattore potenzialmente più pericoloso: l’ariaccia cattiva che soffiava forte contro il centrosinistra, nella certezza che il suo personale favore e prestigio fossero da soli sufficienti a controbilanciare tutti gli atout che nel frattempo erano venuti a mancare. 

L’errore è stato decisivo ed era prevedibile. E non si tratta di “senno del poi”, perché i numeri erano in agguato, con la loro fredda oggettività  fin da subito. Un dato che spiega quasi tutto è quello dell’affluenza: nelle ultime 3 elezioni regionali i cittadini recatisi alle urne non sono mai stati una percentuale superiore al 65%, mentre i cittadini che nelle ultime tre elezioni politiche hanno esercitato il diritto di voto sono sempre stati attorno all’80%. 

Si tratta di una differenza che non ha nulla di misterioso o di sorprendente. Le elezioni regionali, ovunque in Italia, coinvolgono e interessano una parte minore del corpo elettorale. E’ un dato noto, stabile, spiegabile e ignorarlo è stata una leggerezza da parte dell’ex presidente e del suo staff. I 15 punti di differenza tra dato di affluenza medio alle regionali e dato di affluenza medio alle politiche significano che il giorno delle elezioni si sono presentati a ritirare la scheda per le regionali circa 130.000 elettori che se non ci fosse stata anche la contemporanea battaglia tra Berlusconi e Veltroni sarebbero rimasti presumibilmente a casa. Alcuni hanno annullato la scheda o non si sono espressi, ma i voti validi nel 2008 sono comunque superiori sensibilmente rispetto a quelli del 2003: 100.000 elettori circa. 

Cosa avevano in testa quei 100.000 elettori? Probabilmente non tanto lo scontro Illy-Tondo quanto la grande partita nazionale ed è stata questa che ha strutturato l’orientamento di voto più sentito e partecipato (quello politico), riversandosi a cascata su quel voto amministrativo che non sarebbe stato al centro dell’attenzione dell’elettore abitualmente astensionista in occasione di competizioni da lui considerate - a torto o a ragione - di minore rilievo.

Questo dato emerge anche da altri due fattori: il tasso di fedeltà ai partiti nell’arco di elezioni diverse nella stessa giornata e il peso complessivo delle preferenze ottenute dai candidati eletti in consiglio regionale. Malgrado una parziale difformità nell’offerta politica, i partiti “nazionali” presenti sia nelle liste delle politiche, sia in quelle regionali o amministrative hanno conseguito un risultato sostanzialmente identico, laddove le moderate difformità non sono tali da alterare il complessivo rapporto tra centrodestra e centrosinistra (tabella 1). Lo stesso dato si può cogliere osservando l’andamento dei partiti nella città di Udine, interessata a quattro diverse competizioni elettorali contemporaneamente. Il voto ai partiti “tiene” stabilmente da una elezione all’altra (segno che l’elettore non “disgiunge” facilmente orientamento di voto) tranne nel voto alle elezioni comunali che sono - non a caso - le competizioni più sentite e seguite dopo le politiche. 

Tabella 1: il voto in Regione e nella città di Udine

 

 

Camera

Regione

CmUd

RegUD

PrUd

ComUd

PDL

34,7

33,02

34,8

33,2

33,9

24,1

PD

31,4

29,93

34,8

32

31,1

21,1

LN

13

12,93

8,8

8,2

9,8

6,1

UdC

6

6,15

6,3

6,2

5,4

4,1

S.Arc.

3,1

5,65

3

6,3

5

4,5

IdV

4,3

4,49

4,9

5,7

6

2,4

Totale

93

92,17

92,6

91,6

91,2

62,3

Dalla tabella 1 si vede come le 6 liste presenti in tutte le competizioni mantengano un pacchetto di voti sostanzialmente stabile, tranne casi spiegabili con strategie proprie di un elettore politicizzato (il “voto utile” della Sinistra Arcobaleno alla Camera, che viene riassorbito in Regione o in Provincia), quando non quasi identico. Si osservi ad esempio il caso del PDL nella città di Udine: la banda di oscillazione nelle tre competizioni “maggiori” (Politiche, Regionali e Provinciali) è inferiore al punto percentuale (oscillando tra un dato minimo del 33,9 e uno massimo del 34, 8) e il “crollo” comunale (di 10 punti) è in parte spiegabile con il risultato delle due liste a sostegno della candidatura a sindaco di Enzo Cainero, complessivamente collocabili vicino all’8%. 

Tabella 2: quanto pesano le preferenze?

 

 

P/V 1998

P/V 2003

P/V 2008

Totale

0,23

0,25

0,19

AN

0,22

0,23

 

CPR-DL

0,34

0,38

 

DS

0,25

0,34

 

Verdi

0,2

0,04

 

FI

0,25

0,24

 

LN

0,24

0,18

0,12

PRC

0,08

0,09

 

U. Friuli

0,08

 

 

Cittadini

 

0,21

0,08

PdCI

 

0,11

 

IdV

 

0,03

0,07

UdC

 

0,17

0,17

Pensionati

 

0,02

0,02

PD

 

 

0,24

Slov. kup.

 

 

0,02

S.Arcob

 

 

0,08

PDL

 

 

0,25

La sostanziale prevalenza del voto politico sul voto amministrativo appare anche osservando il rapporto esistente tra voto di preferenza e voto di lista. La preferenza indica la capacità dei candidati (e quindi dei partiti) di incidere sul territorio, attraverso il patrimonio di relazioni, di stima, di simpatia o di clientela che ogni candidato riesce a ottenere. Si tratta di un dato molto oscillante da un partito all’altro (ci sono forze politiche dove la preferenza conta di più, come tradizionalmente tra gli ex democristiani o ex comunisti) e forze dove il voto è più “ideologico” e quindi meno legato a logiche localistiche, come per la Lega Nord (paradossalmente) o i partiti della sinistra radicale. Ma complessivamente, letto nel suo insieme, il dato è tendenzialmente stabile e così è stato nelle competizioni del 1998 e del 2003 (Tabella 2).

L’indice di influenza delle preferenze è calcolato in modo molto semplice: ho sommato le preferenze totali conseguite dai candidati risultati eletti in ogni partito (ponderando il dato per il 2003, quando c’era il listino) e quindi ho rapportato questo dato con il voto complessivo ottenuto dalla forza politica. Per esempio, quindi, se l’indice da 0,25 significa che i candidati eletti hanno portato una quota di preferenze pari al 25% del pacchetto complessivo ottenuto dal partito e questo implica - inoltre - che maggiore è il valore dell’indice, maggiore il peso dei candidati e quindi il loro radicamento sul territorio. 

Vediamo come nelle elezioni del 1998 e del 2003 il voto degli eletti sia pesato complessivamente per circa un 25% del totale e si sia dimostrato stabile anche a livello di partito da una elezione all’altra. Così, il voto di preferenza in AN pesava per un 22% nel 1998 e 23% nel 2003, mentre quello di RC solo per un 9% nel 1998 e 8% nel 2003. Il solo cambiamento significativo tra 1998 e 2003 è quello della Lega Nord, che nel 1998 aveva caratterizzato i propri equilibri interni per il personale “boom” di consensi di Alessandra Guerra (oltre 12.000 preferenze). 

Nel 2008 invece l’indice complessivo scende da 0,25 a 0,19, il che significa che gli eletti del 2003 rappresentavano direttamente 1 elettore su 4 mentre quelli del 2008 non arrivano a 1 u 5. Perché questo indebolimento praticamente uniforme del peso dei candidati eletti? 

Escludendo una risposta “antipolitica” (sono diventati distanti e autoreferenziali) privilegio due ipotesi tra loro combinate: la paura di sbagliare voto (alimentata anche dalla polemica sulle liste bloccate che può aver indotto elettori non attenti a pensare che questa norma possa valere anche per le regionali) e il fatto che si sono avvicinati elettori che in assenza del voto politico non sarebbero andati alle urne. 

E quindi torniamo alla riflessione iniziale: il calo di rilevanza delle preferenze è quasi pari alla crescita dell’affluenza elettorale. Ulteriore elemento che mi porta a credere che se la scelta dell’Election Day non spiega tutto, alcune importanti risposte le dà.

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