House of Lords

Dicembre 9, 2009

10 anni fa, con orrendo atto giacobino, il governo Blair riformò brutalmente la Camera dei Lord britannica abolendone l’accesso per via ereditaria in nome dei principi di “modernizzazione” e “democratizzazione”.

Grazie al cielo, quel delicato, irripetibile e meraviglioso vaso di cristallo che è la Costituzione Britannica si è rivelato più resistente del previsto è quindi dopo 10 anni la Camera Alta è ancora un delizioso anacronismo medievale: il governo infatti non ha saputo trovare una adeguata modalità di riforma (distruggere è più facile che costruire) e quindi si è instaurato un “regime provvisorio” che – come spesso nel sistema inglese – finisce per diventare permanente, almeno fino alla nuova riforma…

E così, per diventare membri della Camera dei Lord è tutt’ora necessario che Sua Maestà la Regina conceda uno stemma e il titolo di Barone (vitalizio e non ereditario), mentre è previsto che della House facciano parte anche 92 “Hereditary Peers” (lord per diritto ereditario), eletti tra i membri delle antiche famiglie spodestate nel 1999. Con la paradossale conseguenza che – alla fine del percorso di “democratizzazione” – i soli membri della House prodotti da un processo di tipo elettivo democratico siano esponenti dell’Antica Nobiltà del Regno.

Insomma, dopo 10 anni, il bizzarro anacronismo medievale è tutt’ora in vigore  e “l’assemblea continua ad essere interessata solo a due argomenti: caccia alla volpe e sodomia, ma dopo pochi minuti non si capisce già più di quale delle due questioni si stia trattando”, questo almeno secondo un suo illustre membro, proveniente – manco a dirlo – dalle fila degli “Hereditary Peers“.

E confesso che a me quest’assemblea parruccona, reazionaria e arcaica fa molta simpatia, caratterizzata com’è da solennità priva di qualsivoglia potere. E mi torna in mente una battuta de “Una donna senza importanza“, dove uno dei protagonisti – Lord Illingworth – può affermare senza alcuna remora di essere orgoglioso che “noi della Camera dei Lord non abbiamo alcun rapporto con l’opinione pubblica ed è certo questo che ci rende un consesso così civile!

Milord, come darVi torto…


Sondaggi

Novembre 26, 2009

Dice Shimon Peres che i sondaggi “sono liquidi che vanno annusati e non bevuti” e ha ragione.

Ciò nonostante, sono settimane che quotidiani e siti internet riportano rilevamenti sulle elezioni politiche che forse a breve verranno, ma forse anche no, dimostrando – dati alla mano – la riconferma di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

Si tratta di chiacchiere inutili. Infatti, prevedere la vittoria o la sconfitta di qualcuno non è possibile se non è chiara la natura della competizione e l’articolazione dell’offerta politica. Soprattutto per il Senato, dove pochi infinitesimali spostamenti rispetto al 2008 farebbero perdere la maggioranza al centrodestra e renderebbero la Camera Alta ingovernabile.

E’ anche per questo se non sono ancora state sciolte le Camere ed è anche per questo se tutti stanno buoni e coperti. Qualsiasi cosa dicano i sondaggi…


Welcome to Tangentland

Novembre 18, 2009

Per chi non lo sapesse, Transparency è una delle associazioni che a livello mondiale conosce meglio il fenomeno della corruzione, ne sa valutare l’impatto sulla vita delle persone e sul sistema economico ed è in grado di quantificarne il peso.

Annualmente Transparency pubblica sul proprio sito internet (www.transparency.org) una classifica relativa al livello di corruzione “percepita”, sulla base di una metodologia di rilevazione assai precisa e complessa, per chi fosse interessato, ben spiegata nel dettaglio in una delle sezioni del sito stesso.

Possiamo consultare liberamente i dati dal 2001 ad oggi. All’inizio del secolo (e del regno di Berlusconi), l’Italia occupava la posizione n. 29, nel 2007 era alla n. 41, nel 2008 alla n. 55 e oggi – trionfale – siamo rotolati al n. 63, peggio della Turchia o della Namibia.

Questo avviene mentre il Governo vuole inserire tra i reati “scudati” dall’imminente “processo breve” anche la corruzione che – evidentemente – non è un problema che crea “allarme sociale”. E lo credo bene, ci siamo dentro tutti!

Chi volesse, può sbirciare la mappa della corruzione nel Mondo. Più il colore del paese tende al blu e più quel paese è corrotto… Noi stiamo avvicinandoci a un bel “blu di Prussia”…


Exit Strategy

Novembre 12, 2009

Di poche cose sono sicuro, assolutamente sicuro. Una è che – in un giorno forse remoto, forse vicino – la Vecchia Signora con la falce si ricorderà di me. L’altra è che Silvio Berlusconi la farà franca e non finirà mai non dico in galera, ma neppure politicamente rovinato e schiacciato dal peso dei suoi crimini passati.

Berlusconi ha tanti, tantissimi difetti ma un pregio innegabile: è un lottatore mai domo… tenace, ingegnoso, spietato, scaltro, senza scrupoli, furbissimo. Insomma, non è pesce che si fa infiocinare dal primo che passa e anche stavolta otterrà quello che vuole (cioè una nuova leggina a suo favore) a costo di fracassare tutto lo Stato.

E allora bisogna prenderne atto. Ha la volontà, la capacità, la tenacia e i mezzi per centrare il suo lercio risultato e mettersi di traverso non servirà a nulla stavolta, come a nulla è servito in passato. E dunque, bisogna ragionare in modo diverso.

I miei presupposti sono due:

1. Silvio Berlusconi è un uomo screditato irrimediabilmente a livello internazionale e vissuto come problema da una parte rilevante del polo conservatore e moderato italiano. Oltre a questo, l’aspetto anagrafico e quello relativo al suo bizzarro stile di vita generano un’atmosfera da fine regno e trascinare troppo a lungo l’agonia nuoce a tutti.

2. Silvio Berlusconi non lascerà mai il potere fino a quando non sarà tranquillo che la propria personale situazione giudiziaria non sia sistemata in via definitiva e irrevocabile.

E allora, quello che serve ora è una exit strategy, che metta fine a questa agonia senza troppi strascichi e troppi danni per il sistema nel suo complesso, tenendo presenti i vincoli di cui sopra.

E allora – con una pinzetta nel naso e lo stomaco in preda ai subbugli – se fossi Pigi Bersani andrei a palazzo Grazioli a trovare Silvio e gli farei questo discorso:

“Guarda, siamo disposti ad approvare una leggina a superpersonam. Una cosa del tipo: i maschi di età compresa tra 72 e 74 anni, proprietari di almeno due ville barocche in Lombardia, alti non più di 1.66 e con almeno due matrimoni falliti alle spalle che siano stati accusati di reati finanziari, tributari, patrimoniali o ad essi connessi sono amnistiati. Siamo disposti anche ad approvare una procedura superaccelerata, di modo che oggi è giovedì e per la fine del prossimo weekend sei di nuovo libero e tranquillo, mondo da ogni peccato…”

“…Però – aggiungerei – questa leggina deve essere accompagnata da una contestuale approvazione di una riforma elettorale che ti toglie definitivamente dai coglioni, una riforma che scriviamo noi nel nostro esclusivo interesse e che non potrà essere emendata o modificata se non a maggioranza qualificata. Una legge che preveda chiaramente dei vincoli di eleggibilità nei confronti dei beneficiari della leggina di cui sopra. Al termine di tutto questo, si sciolgano le Camere e si voti, di modo che, chiunque la vinca, sappiamo che finalmente la tua stagione politica è finita per sempre”.

Non è una bella soluzione. Non è la soluzione che io preferirei. Ma è una soluzione…Fossi in Bersani ci penserei…


Massimo Calearo

Novembre 6, 2009

Massimo Calearo, parlamentare eletto nelle liste del PD ed ex falco di Finmeccanica pare intenzionato a lasciare il partito dove è stato eletto e questo viene interpretato dalla stampa come “elemento di confusione”.

In realtà la questione è malposta. Calearo ha dichiarato di non avere (e non avere mai avuto) nulla a che fare con la sinistra, di essere vicino alla Lega e di non avere mai sostenuto il governo Prodi.

Stante il “combinato disposto” di queste dichiarazioni – dunque – la domanda non deve essere “perchè Calearo lascia il PD”, ma “perchè ci era entrato”.


La noia di un Paese immobile

Novembre 3, 2009

Questo blog tace da circa due settimane.

E’ nato per ragionare di politica, di comunicazione, di quello che accade in Italia e nel Mondo, ma francamente è diverso tempo che non ho nessuna voglia di mettermi di buzzo buono per scrivere qualche riflessione non si pretende intelligente, ma per lo meno decente.

Ma di che dovrei parlare? di Berlusconi, dei suoi processi, delle sue gaffes e delle sue amanti prezzolate? del congresso del PD, finito dopo 6 mesi di dibattito interminabile esattamente nel modo in cui si sapeva sarebbe finito già 6 mesi fa?

O di qualche orrore nuovo, tutto italiano? del tipo la morte del giovane Cucchi, che tanto finirà insabbiata come sempre e come tutto? O qualche altra cosa pecoreccia tipo il Marrazzo Pentito che ora se ne sta nei conventi abbracciato alla moglie e piangente e fino a 10 giorni fa riempiva la propria agenda di viados e cocaina?

Insomma, a che pro tenere un blog di riflessioni sui cambiamenti di un Paese che non cambia mai?


Rifondazioni

Ottobre 20, 2009

Un recente sondaggio attribuisce al Partito Laburista di Gordon Brown un magro 24% , dato che lo relega a terza forza, dopo i Conservatori e i Liberali.

Sono lontane le glorie del Tony Blair di fine millennio e – se tanto mi da tanto – tra pochi mesi un tory tornerà al n. 10 di Downing Street il che, dopotutto, dopo 12 anni di governo laburista ci può pure stare.

La Spd tedesca non sta meglio. Come sappiamo, appena un paio di settimane fa hanno preso una sberla di dimensioni colossali, franando al 23,5%, percentuale imbarazzante per una forza politica che non scendeva sotto il 33,3% dei voti dagli anni ‘50 e che solo 10 anni fa, superava il 40% .

Una percentuale vicina al 25% è anche quella del PSF ed è da oltre 20 anni – regnava ancora Francois Mitterrand – che i socialisti francesi non si schiodano da quella posizione, se non per allontanarsene verso il basso (come nel 1993, quando ottennero uno scarso 17% alle politiche di quell’anno).

In tutto questo discorso, appare evidente che il 26% del PD è assolutamente nella media delle grandi democrazie europee (Spagna esclusa, da quelle parti Zapatero veleggia attorno al 40%) e quindi il dato – di per se – non deve stupire, se non per un punto: perchè i partiti di sinistra riformista non riescono a collocarsi su percentuali del 35-40%?

La risposta non so bene quale possa essere, ma a naso ipotizzo un problema grosso e ricorrente: la sinistra “riformista” ha perso la capacità di “raccontare la sua storia”. Mi è venuto in mente questo aspetto leggendo “Political Brain” di Drew Westen, tradotto in Italia dal “Saggiatore” con il titolo di “La Mente Politica“, studio sul perchè gli elettori americani “pensano come i democratici ma votano per i repubblicani”.

Secondo Westen, il problema dei democratici risiede nella loro incapacità di toccare i cuori degli elettori raccontando la loro versione della storia, la loro idea di società, prigionieri come sono dei calcoli, degli studi, del politically correct, dell’essere sempre “precisini”, del non voler mai affondare la lama, del voler rassicurare e – in fondo – del volersi legittimare, non si sa da chi non si sa perchè.

La sinistra – che dovrebbe incarnare fantasia e cambiamento – rischia di morire (e far morire) per la noia, per la debolezza delle convinzioni e per la paura di non sembrare abbastanza moderata, finendo quindi per rendere inevitabili i consensi per chi è moderato sul seri. Cioè, per capirsi,  “perchè cercare la pepsi se hai la coca cola?

Poi accade che compare un leader visionario, comunicativo e creativo (Kennedy, Brandt, Clinton, Obama, Blair, Zapatero) e vince le elezioni, riuscendo la dove i “burocrati” hanno fallito. Chissà se dal PD uscirà qualcosa del genere presto o tardi…


Solo uno

Ottobre 7, 2009

La bocciatura senza appello del Lodo Alfano scatenerà ovviamente polemiche e trivialità a non finire.

Silvio Berlusconi inizierà a cercare i responsabili, i colpevoli e i complottardi nel secchio – sempre più vuoto – dei “signori della Sinistra”.

Si risparmi la fatica: il responsabile principale siede vicino a lui e risponde al nome di Niccolò Ghedini.

Senza la sua cazzata sulla “legge uguale per tutti ma per qualcuno più uguale che per altri” il verdetto avrebbe potuto essere diverso.


Yes, we have could

Ottobre 6, 2009

Inutile girarci attorno. In un Mondo che brucia in fretta i propri idoli, Barack Obama inizia ad odorare un po’ di fumo.

Drastico e probabilmente ingiusto come giudizio, ma quello che conta per definire la cifra del successo o dell’insuccesso di un’immagine politica è in buona parte il prodotto della partenza. E Obama – che era partito a razzo – ora sta arrancando pesantemente e il rischio dell’inconcludenza è dietro l’angolo.

Le difficoltà legate alla riforma sanitaria sono note: Obama vuole trovare una formula che garantisca a tutti i cittadini una forma di copertura sanitaria (e a lui un posto nella Storia, accanto a Roosevelt) e gli ostacoli saltan fuori da ogni parte.

barack-obama-frustratedObama è stato eletto per girare pagina rispetto alla disastrosa politica estera e militare di George W e anche qua le cose non vanno come dovrebbero: la chiusura dell’orrido lager di Guantanamo è rinviata, non si sa che fare dell’Iraq, non si sa come trattare l’Iran e l’Afghanistan è sempre più un labirinto apparentemente senza uscita. E mentre Obama e Hillary decidono che fare, i soldati americani (e non solo americani) continuano a morire: solo in Iraq sono 123 dall’inizio dell’anno (conto che esclude i feriti, le vittime delle altre forze armate e l’enorme numero di perdite tra i civili innocenti).

E ora arriva la gaffe con il Dalai Lama, non incontrato alla Casa Bianca per non infastidire i gerarchi cinesi, con il presidente della nazione che fu “faro di libertà” a comportarsi pavidamente come un Romano Prodi qualsiasi.

Insomma, questo primo anno non è stato un granchè. Ci sono ancora tre mesi per raddrizzarlo (e la battaglia sull’Ambiente appena iniziata), ma se tanto mi da tanto, le cose non andranno via così lisce.

E ci ritroveremo tutti delusi a dover dire “Yes, We Have Could“?


Illusione

Settembre 21, 2009

Tra i molti antiberlusconiani – di destra e di sinistra – serpeggia in questi giorni la speranza che l’interminabile ciclo politico di mr. Bolhy ( acronimo di “Best of last hundred years“) si approssimi al traguardo.

E quindi un brubru di governissimi, di inciuci, di golpe bianchi, di Macbeth interdetto e messo all’angolo… E tanto di organigrammi: Gianfranco Fini premier, Pierferdy che torna sulla poltrona più alta di Montecitorio e Massimo D’Alema a capo della politica estera dell’Unione Europea. E Silvio? in esilio a villa Certosa, circondato da 35 badanti 20enni fornite dall’agenzia di assistenza e cura alla persona di Tarantini, con i soldi della sanità pugliese.

Tutta questa ragnatela è – e qui Berlusconi ha ragione da vendere – “roba della vecchia politica”. Era nella “vecchia politica” (che io rimpiango ogni giorno) che quando serviva si faceva cadere un governo e se ne rifaceva un altro. Quando ogni parlamentare portava al proprio partito 30-40.000 voti personali (quando non di più, come le 300.000 preferenze ciociare di Andreotti).

Oggi i parlamentari sono tutti – tranne rarissime eccezioni – delle “anime morte” che dipendono totalmente dalla volontà del Capo e questo è vero per tutti, ma in particolar modo per gli eletti nel PdL, stante la natura carismatica e personale di quel partito. Questo aspetto rende difficile il libero manifestarsi delle opinioni e ancor meno l’effettivo controllo del Parlamento sul Governo (controllo che – in tutti i sistemi parlamentari – può prevedere la sanzione suprema della revoca della fiducia).

Pertanto, la via d’uscita dal berlusconismo non può certo passare – nel breve periodo – attraverso una manovra parlamentare rapida e indolore. Berlusconi è un Sultano, lo è tecnicamente, non metaforicamente. E la via d’uscita dai sultanati non è mai serena e lineare, presenta sempre fasi oscure, momenti confusi, rigurgiti di rabbia e arroccamenti.

Non attendiamoci nulla fino al 2010, quando ci saranno le elezioni regionali. Sapendo che quello straordinario giocatore d’azzardo che è Silvio Berlusconi potrebbe essere tentato a cercare un plebiscito con nuove elezioni politiche.

Che stavolta perderebbe.